Che ormai vince la serialità, che c’è poca passione, che spesso si procede per inerzia e gesti sbrigativi, te ne accorgi quando nella passione, nella cura e nell’amore per un mestiere ci vai a sbattere. Ti ci puoi ritrovare di fronte sotto forma di un sorriso e un buongiorno ricevuti di prima mattina da dietro il bancone di bar. Te ne accorgi dal desiderio di evolversi per continuare a distinguersi pur senza venir meno alla propria artigianalità o persino da come un’officina viene mantenuta in ordine quasi fosse una sala operatoria, con i meccanici in camice.
Te ne accorgi dall’attenzione al cliente chiamato per nome e che magari è «il figlio del figlio del figlio» così come lo è chi tramanda l’eredità di famiglia e che ha un motivo in più – onorare un cognome portato in alto dai propri nonni e genitori – per resistere e continuare a ritagliarsi una ragion d’essere commerciale d’altri tempi in un mondo che viaggia alla velocità della luce e che spesso non conosce riguardo.
Ci siamo abituati alla mancanza di forma e gentilezza però quando le ritroviamo, quanto ci piacciono? E quanto ci rassicurano? Essere commercianti oggi - per la verità da un ventina d’anni o forse da sempre in un Paese in cui se hai un numero civico sei fritto dalla burocrazia in primis - è roba per cuori forti: ma un jolly in più da giocarsi ce l’ha chi sa offrire passione. La merce rara sa ancora essere riconosciuta e di conseguenza premiata.




