La Cisgiordania torna al centro del conflitto

Per Rabin la Cisgiordania era il nodo politico centrale del conflitto ed è tornata a essere il principale banco di prova dei rapporti tra Israele e la comunità internazionale
Una veduta di Ma'ale Adumim, in Cisgiordania - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una veduta di Ma'ale Adumim, in Cisgiordania - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Quando nel 1922 la Gran Bretagna assunse il Mandato sulla Palestina, l’area montuosa compresa tra Gerusalemme, Hebron e Nablus non aveva una denominazione specifica. Questa indeterminatezza, politicamente voluta, ricalcava una precisa strategia di neutralità che Londra applicava alla toponomastica: mantenere l’ambiguità amministrativa significava preservare il controllo coloniale evitando di alimentare conflitti identitari che avrebbero reso il territorio ingovernabile. Inoltre, assegnare un nome unitario alla regione avrebbe significato scegliere tra la terminologia biblica ebraica e quella della tradizione araba, schierandosi implicitamente con una delle due comunità.

Sul lungo periodo la scelta si rivelò deleteria, poiché non solo non impedì l’acuirsi delle rivendicazioni nazionaliste, ma contribuì a creare un vuoto semantico che, dopo il 1948, sarebbe stato colmato da denominazioni reciprocamente esclusive, che riflettono ancora oggi due letture incompatibili della stessa geografia. La distinzione tra Cisgiordania, adottata dagli Stati arabi dopo la proclamazione dello Stato ebraico per indicare la sponda occidentale del Giordano, e Giudea e Samaria, recuperata dal governo israeliano dal 1967, è quindi più recente di quanto spesso si creda. Un territorio considerato da entrambe le parti come il «cuore storico» delle rispettive patrie.

Militanti dipingono la bandiera israeliana su un edificio in Cisgiordania - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Militanti dipingono la bandiera israeliana su un edificio in Cisgiordania - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Menachem Begin affermava che fosse una parte inseparabile dell’identità nazionale ebraica, mentre per l’Olp la Cisgiordania è «patrimonio territoriale inalienabile del popolo palestinese». Due prese di posizione talmente coincidenti da risultare oppositive. Ovvero esclusive. Nelle ultime settimane la Cisgiordania è passata dall’essere uno dei sette fronti di guerra, così come li aveva identificati il ministro della Difesa Gallant (con Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran), ad un punto focale e dirimente sia sul piano della politica interna israeliana che internazionale.

La sua rinnovata centralità, dopo mesi di apparente oblio, ha consolidato il peso politico dei coloni, la cui crescente violenza, spesso accompagnata dalla creazione o dall’espansione di avamposti non autorizzati e dall’allontanamento forzato di residenti palestinesi, genera sul terreno una serie di fatti compiuti che mutano la geografia del conflitto e rendono sempre più remota qualsiasi prospettiva negoziale, inclusa quella evocata dal piano Trump. Una radicalizzazione profonda che si lega con la crescente vulnerabilità politica del Premier: figure come Smotrich e Ben-Gvir, pur rappresentando una minoranza ideologica, detengono i voti indispensabili alla tenuta della coalizione e orientano in modo significativo l’agenda di governo e il margine di manovra dello stesso Netanyahu.

In questo contesto, la richiesta di grazia presentata da quest’ultimo al Presidente Herzog non può essere letta come un gesto autonomo o isolato, poiché la sua permanenza in carica dipende dal sostegno dei partiti pro-insediamenti, interessati a sfruttare la fragilità del premier per consolidare la propria influenza e accelerare l’espansione colonica. Ne risulta che la regione diventa il vero baricentro della crisi: un luogo in cui l’intensificarsi della violenza, la debolezza delle istituzioni palestinesi e la necessità di Netanyahu di preservare la sua maggioranza convergono nel consolidare un’agenda di annessione di fatto, che complica ulteriormente ogni ipotesi di risoluzione.

Le operazioni militari dell’esercito contro milizie o presunti gruppi armati, ufficialmente giustificate con la necessità di prevenire attacchi terroristici, sono funzionali a consolidare il controllo su aree strategiche e a proteggere quegli insediamenti considerati essenziali per gli obiettivi demografici e geopolitici del governo. Tutto ciò si scontra con la salvaguardia del diritto a uno Stato indipendente, che nell’attuale frammentazione territoriale faticherebbe a trovare una concretezza politico-amministrativa credibile.

Forze armate israeliane - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Forze armate israeliane - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Sul piano internazionale, l’involuzione in Cisgiordania genera un crescente attrito diplomatico: gli Stati Uniti, pur restando il principale alleato di Israele, hanno imposto sanzioni mirate contro alcuni coloni responsabili di violenze, mentre l’Unione Europea ribadisce l’illegalità degli insediamenti e li considera un ostacolo a qualsiasi percorso politico.

Anche la Corte Penale Internazionale ha inserito la questione degli avamposti e degli sgomberi forzati nel proprio dossier istruttorio, segnalando un potenziale rischio giudiziario per esponenti politici e militari israeliani. Per Rabin la Cisgiordania era il nodo politico centrale del conflitto; ed è tornata a essere il principale banco di prova dei rapporti tra Israele e la comunità internazionale, nonché l’indicatore più evidente dell’impossibilità, allo stato attuale, di costruire un percorso credibile verso la stabilità regionale.

Michele Brunelli - Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea

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