Quando nel 1922 la Gran Bretagna assunse il Mandato sulla Palestina, l’area montuosa compresa tra Gerusalemme, Hebron e Nablus non aveva una denominazione specifica. Questa indeterminatezza, politicamente voluta, ricalcava una precisa strategia di neutralità che Londra applicava alla toponomastica: mantenere l’ambiguità amministrativa significava preservare il controllo coloniale evitando di alimentare conflitti identitari che avrebbero reso il territorio ingovernabile. Inoltre, assegnare un nome unitario alla regione avrebbe significato scegliere tra la terminologia biblica ebraica e quella della tradizione araba, schierandosi implicitamente con una delle due comunità.
Sul lungo periodo la scelta si rivelò deleteria, poiché non solo non impedì l’acuirsi delle rivendicazioni nazionaliste, ma contribuì a creare un vuoto semantico che, dopo il 1948, sarebbe stato colmato da denominazioni reciprocamente esclusive, che riflettono ancora oggi due letture incompatibili della stessa geografia. La distinzione tra Cisgiordania, adottata dagli Stati arabi dopo la proclamazione dello Stato ebraico per indicare la sponda occidentale del Giordano, e Giudea e Samaria, recuperata dal governo israeliano dal 1967, è quindi più recente di quanto spesso si creda. Un territorio considerato da entrambe le parti come il «cuore storico» delle rispettive patrie.




