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Cosa suscita le nostre lacrime mentre affrontiamo «Cime tempestose»?

Un po’ c’entra la propensione a provare sentimenti tiepidi dentro a un amore protettivo ed emozioni forti nella tossicità delle tenebre e del pericolo dell’uomo brutale e dannato
Jacob Elordi nei panni di Heathcliff - Warner Bros
Jacob Elordi nei panni di Heathcliff - Warner Bros
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Ieri sera ho visto «Cime tempestose», nella versione di Fennell e, alla fine, ho pianto. Come ogni volta che mi sono immersa nel capolavoro partorito da Emily Brontë nei primi decenni dell’800, con una lucidità che sconcerta e lascia senza fiato. Stavolta però, e non ho ancora deciso se è una cosa buona, ma non credo, un qualcosa che non avevo mai avuto il coraggio di guardare mi ha portato a chiedermi: ma perché piangiamo? Per chi? Per cosa? Ci sentiamo tutte Catherine Earnshaw? Attratte da cosa? Dal sexappeal del tenebroso Heathcliff? Immerso nella bellezza, estrema e selvaggia delle brughiere dello Yorkshire o da qualcosa di più oscuro, intimo, innominabile ancestrale?

Una propensione a provare sentimenti tiepidi dentro a un amore maschile protettivo e tranquillo ed emozioni forti, nella tossicità delle tenebre, del pericolo dell’uomo brutale e dannato. Perché questo incarna Heathcliff. Un uomo folle che abbandona sapendo di abbandonare e poi torna per ferire, odiare, vendicarsi. Che dice di amare ma non protegge, che distrugge per contemplare sadico la distruzione. Un uomo che non esita ad essere violento, ad usare un’altra donna per la sua vendetta.

E noi chiamiamo «amore» questo condensato di tossicità? Lacrimiamo emozionate per questo terribile e lucidissimo catalogo clinico delle dinamiche più distruttive delle relazioni uomo-donna? Ricatto, possesso, inganno, odio, ripicca, tradimento, manipolazione, violenza? Ci sciogliamo come neve al sole per promesse di eternità che risuonano come una imperitura maledizione?

La regista Emerald Fennell alla premier inglese del film - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La regista Emerald Fennell alla premier inglese del film - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La trama di questo film ci erode. Ma mette anche a nudo i meccanismi di quella fame d’amore tipica di chi non ne ha avuto. Della dipendenza emotiva travestita da passione. E se guardiamo il sistema familiare da cui provengono i personaggi, la loro infanzia, tutto diventa ancora più evidente. Catherine e Heatcliff provengono dagli stessi percorsi di violenza, due cuori che cercano riscatto, due identità che non hanno mai conosciuto un modello sano di relazione, cresciuti nella brutalità, nel continuo tira e molla tra gentilezza e ferocia, si riconoscono e non possono che costruire un vincolo in cui odio e vendetta creano una dipendenza fatale.

La psicanalisi conosce bene questi copioni e questo rende ancora più straordinario il fatto che Emily Brontë abbia saputo raccontarli, con una potenza così immortale, in un’epoca in cui simili strumenti concettuali non esistevano ancora. «Troverai poche anime compatibili con la tua, e quando sarà, sembrerà di parlare pur rimanendo in silenzio. Le anime affini si salutano già vedendosi da lontano» afferma Arthur Schopenhauer in «Parerga e paralipomena». Una verità che ci attraversa come una lama sottile perché quando l’affinità è specchio di ferite antiche il possesso viene scambiato per intensità e la sofferenza per profondità.

Possiamo piangere dunque, ogni volta, ma per l’impossibilità di Catherine di riconoscere il vero amore. «Non posso vivere senza di me» sarebbe la risposta migliore alle promesse del suo carnefice ma se Catherine le pronunciasse, «Wuthering Heights» sarebbe un banale feuilleton e non un capolavoro. Perché nel regno della nostra impermanenza il vero immortale non è l’amore ma il dolore a cui ci condanniamo anelando ad esso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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