Centrosinistra, il ko di Ancona e le ragioni dell’astensionismo

Nelle elezioni regionali delle Marche il tema è tornato a emergere: meno dieci punti rispetto al 2020, metà degli elettori ha voltato le spalle ai seggi
Elly Schlein e Matteo Ricci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Matteo Ricci - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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In questo voto marchigiano, più che piangere sull’ennesimo calo dei votanti – meno dieci punti rispetto al 2020 con la metà degli elettori che hanno voltato le spalle ai seggi – vale la pena di chiedersi che tendenza politica avessero gli ultimi arrivati nel maxi partito degli astensionisti. Perché le Marche erano tradizionalmente una regione di centrosinistra che quest’anno usciva da una legislatura a guida di centrodestra piuttosto debole e localmente molto criticata, soprattutto sulla sanità.

Tant’è vero che i leader della maggioranza, Giorgia Meloni in testa, in campagna elettorale non si sono risparmiati nel difendere l’incolore governatore uscente Francesco Acquaroli (FdI) mentre Elly Schlein, Conte e Fratoianni erano convinti che le Marche potessero essere riconquistate e che si potesse far partire da lì la marcia della coalizione di sinistra fino alle politiche del 2027. Per questo le Marche sono diventate un test nazionale nonostante che si stia parlando di un po’ più di un milione di elettori, cioè due quartieri di Roma: per vedere se il governo scricchiolava e se l’opposizione stava risalendo la china.

Era stato incaricato un sindaco piddino molto popolare come Matteo Ricci di compiere l’operazione di sfondamento. E invece è andata che Meloni ha vinto facendo rieleggere con largo vantaggio il suo fedelissimo, e portando FdI al 28 per cento, mentre la Schlein ha perso la sua scommessa, lasciando il Pd inchiodato al venti per cento e Ricci a otto punti di distacco da Acquaroli.

Per di più gli alleati Conte e Fratoianni hanno portato poca acqua al mulino comune, entrambi un modesto cinque per cento (qualcosa del genere è accaduta nel centrodestra con il calo consistente della Lega e un piccolo aumento di Forza Italia).

Torniamo alla domanda: quegli elettori che sono rimasti a casa a guardare le partite o sono andati in gita sulle amene colline marchigiane, non sarà che abbiano poco gradito la brusca sterzata a sinistra di una coalizione che ha dedicato il comizio finale di Ricci in larga parte a Gaza e alla sua tragedia, sventolando la bandiera palestinese più di quella di una Regione da tempo in crisi con la sua piccola e media impresa in affanno, le sue liste d’attesa negli ospedali, la mobilità ancora vecchiotta e inadeguata?

C’è da giurare che nel Pd questa domanda stia frullando in parecchie chat riformiste, se non altro perché il voto rafforza il governo e Giorgia Meloni come leader della maggioranza, mentre indebolisce l’opposizione e fa riemergere i tanti dubbi e le riserve sulla linea della segreteria del Pd. Ma non è detta l’ultima parola, naturalmente: a parte il Veneto, roccaforte di Zaia e della Liga, il centrosinistra potrebbe confermare la Campania e la Puglia.

Tutto sta a vedere se la coalizione di sinistra-sinistra terrà oppure no intorno ad una linea che ha poco o niente a che fare col centrosinistra ulivista di Prodi e molto invece con i Progressisti di Occhetto del 1994, la «gioiosa macchina da guerra» che spalancò il portone del potere a Silvio Berlusconi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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