Opinioni

Centrodestra in fibrillazione, Salvini all’attacco cerca voti

A meno di un mese dal voto in Veneto, Campania e Puglia, il centrodestra fatica a trovare un’intesa sulla manovra. Le tensioni interne si intrecciano con i calcoli elettorali
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini
Il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini

Per capire cosa stia succedendo nel centrodestra – alla prese con compromessi non ancora trovati sulla manovra di bilancio – bisogna sempre tener presente che tra meno di un mese si voterà in tre regioni importanti: una, il Veneto, che è una culla del leghismo; e un’altra, la Campania, che le diatribe nel centrosinistra rendono contendibile. Poi c’è la Puglia che è sì importante ma dove la maggioranza si considera fuori gioco e non presta troppa attenzione.

E allora questo serve per capire come mai in queste settimane Matteo Salvini sia così esagitato e cerchi ogni occasione per spararle sempre più grosse («Ad ogni nuova lamentela delle banche, aggiungiamo un miliardo in più di prelievo» - «la tassazione sugli affitti brevi è entrata per distrazione») provocando irritazione nella presidente del Consiglio Giorgia Meloni, polemiche acidissime con Forza Italia e Antonio Tajani, e persino risposte piccate da parte del ministro leghista dell’Economia: «Io non sono mai distratto quando tratto i soldi dei contribuenti». Ebbene, Salvini si agita perché cerca voti.

Giorgia Meloni e Antonio Tajani
Giorgia Meloni e Antonio Tajani

Non può accettare innanzitutto che un partito che lui, e non solo lui, considerava decotto con la morte del fondatore come Forza Italia, oggi sempre più spesso lo sopravanzi anche di poco nelle urne e stia per strappargli stabilmente il secondo posto nella maggioranza. Tanto più Tajani ci tiene ad apparire moderato, centrista, ancorato all’establishment nazionale ed europeo, attento all’opinione del mondo cattolico, insomma «democristiano», tanto più Salvini estremizza, scavalca a destra la Meloni con Trump, con Orban, con la Le Pen, fa il duro contro le spese per il riarmo (che tanto nessuno ormai può più fermare perché sono state decise a livelli molto più alti) e contro l’invio dei soldati italiani in Ucraina (che tanto nessuno vuole mandare a rischiare la pelle).

Il governatore del Veneto, Luca Zaia
Il governatore del Veneto, Luca Zaia

Insomma, cercansi voti disperatamente. Soprattutto in Veneto. Lì l’accordo è stato fatto con Giorgia direttamente: a Venezia ancora un leghista ma non Zaia, a Milano, quando si voterà, un fratello d’Italia al Pirellone. È un accordo che scontenta i leghisti lombardi e che è stato fatto sulla testa di Zaia che non presenterà una propria lista – Meloni ha detto niet – che non avrà il suo nome nel simbolo, che non si sa se troverà mai un posto da ministro e che per il momento farà il capolista nelle varie province del Veneto. E Zaia alle ultime Regionali è stato eletto col 70 per cento dei voti. Se tutto questo portasse la Lega in Veneto sotto la quota di Fratelli d’Italia, che è già molto forte, per Salvini veramente arriverebbero momenti molto duri in cui persino potrebbe accadere che si arrabbino una volta per tutte i colonnelli del movimento che sembra sempre che stiano per ribellarsi ma poi non si muovono mai dalla loro comfort zone.

Tutto questo rende movimentata la vita della manovra economica ma non ne scuote i fondamentali: Giorgetti lo ha detto chiaro e tondo, il perimetro dei conti pubblici non si tocca, soprattutto adesso che stiamo per uscire dalla procedura di infrazione per eccesso di deficit, che le agenzie di rating ci trattano bene e che lo spread non fa più paura.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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