Opinioni

Da cavaliere Jedi a Superman: Trump a caccia di consensi pop

Sull’account Instagram ufficiale della Casa Bianca nelle scorse ore è così comparsa l’immagine del presidente statunitense vestito da Superman
La Casa Bianca posta una foto di Trump vestito da Superman
La Casa Bianca posta una foto di Trump vestito da Superman
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In effetti, se gli riuscisse di ottenere il premio Nobel per la Pace sarebbe poco meno di un «colpo da Superman».

Donald Trump, come noto, è ossessionato – specie per una malintesa competizione ex post con Barack Obama – dal desiderio di ottenere quel riconoscimento (che, detto per inciso, con lui non «ci azzecca» particolarmente). Così, avendo sempre il premio in mente, il suo staff comunicativo ha deciso di incoronarlo subito come Superman, cogliendo pure la palla al balzo dell’uscita nelle sale del film di James Gunn.

Sull’account Instagram ufficiale della Casa Bianca nelle scorse ore è così comparsa l’immagine del presidente statunitense vestito da Superman, accompagnata dalle parole «Verità» e «Giustizia», e dallo slogan The American Way. Un’ennesima «trumpata» propagandistica, verrebbe da dire, che prolunga un’attività di «appropriazione simbolica» a cui l’ex tycoon ricorre con notevole frequenza.

Nei mesi scorsi, infatti, era stata la volta dell’immagine en travesti da cavaliere Jedi, nella giornata del 4 maggio – lo Star Wars Day –, con tanto di spada laser, bandiera a stelle e strisce e una coppia di aquile, e una lunga didascalia il cui senso finale era quello dell’epica lotta contro l’«Impero dei folli della sinistra radicale». E un paio di giorni prima, il 2 maggio, era risultato virale su scala globale, sempre sui social network ufficiali della White House, il post di pessimo gusto in cui si effigiava in vesti pontificali.

Scelte graficamente molto forti e spregiudicate; e sulle quali si potrebbe per giustappunto discutere lungamente nel merito. Mentre, sotto il profilo strettamente comunicativo, si tratta di altrettanti segnali di un uso a tutto campo e totale dell’immaginario pop da parte di Trump, che vi si ritrova effettivamente molto a suo agio.

Non certo una novità in assoluto, poiché la presenza della cultura di massa all’interno della vita politica Usa è davvero dilagata, in particolare nel corso degli ultimi decenni, e rappresenta una delle manifestazioni per eccellenza dei processi di politainment, vale a dire quella fusione fra politica, media e marketing diventata via via più completa nel corso del tempo dall’avvento della postmodernità sino ai nostri giorni. Nell’archiviazione delle ideologie, che si rivelavano sostanzialmente universali, la riconoscibilità da parte di tutti i consumatori-cittadini-elettori è passata ai prodotti dell’immaginario pop, come per l’appunto i supereroi, divenuti da tempo un codice comunicativo strutturale della comunicazione politica americana.

Il modo migliore di vendere anche un politico (già oggetto di marketing, per ricorrere a un motto famoso, «come una saponetta») è quello di associarlo a qualcosa di universalmente noto all’elettorato, e i protagonisti supereroistici dei fumetti e del cinema lo sono largamente. A questa formula di politainment (che fonde politica e intrattenimento) aveva fatto ampio ricorso anche Obama, peraltro, come si ricordava poc’anzi, l’oggetto di un’autentica ossessione concorrenziale da parte di Trump.

Così, adesso, è il turno del superuomo della Dc Comics, e quell’indiscutibile esperto di vendite che rimane il presidente rieletto non si fa scappare l’occasione di una «libera associazione» con questa icona della cultura di massa. Anche se Clark Kent (alias Kal-El) di mestiere – e per la società umana – faceva il giornalista (e, pure, con qualche simpatia liberal), ovvero la categoria più detestata dai trumpisti, i quali vogliono podcaster di ultradestra, influencer propagandisti del web e conduttori radiofonici fiancheggiatori, e non professionisti (critici, o anche semplicemente neutrali) dell’informazione.

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