Il partito di Musk tra ego, algoritmo e ultradestra

A Elon Musk i sondaggi sulla sua X piacciono molto, si sa. Come pure la (finta) disintermediazione che, nel caso dei social e dei loro proprietari, si risolve tipicamente in un neoplebiscitario «appello al popolo» (del web). Il 4 luglio scorso il tycoon ha rivolto agli utenti della piattaforma questo (assai orientato) quesito: «Il giorno dell’Indipendenza è il momento migliore per chiedervi se volete essere indipendenti da questo sistema bipartitico (alcuni direbbero monopartitico)!». Risultato (stando ai dati forniti): 65% dei votanti favorevole, 35% contrario.
E, così, il patron (anche) di SpaceX e Tesla ha ufficialmente annunciato nelle scorse ore la nascita del suo «partito-algoritmo», l’America Party. Ha preso dunque forma quello che potremmo chiamare «il senso di Musk per il partito» che, in effetti, sin dall’inizio non aveva dato l’impressione di esaurirsi in una pura provocazione o boutade. Il tecno-feudatario e uomo più ricco del mondo ha deciso di rompere gli indugi sotto le sembianze dell’«algoritmo politico-ideologico».
By a factor of 2 to 1, you want a new political party and you shall have it!
— Elon Musk (@elonmusk) July 5, 2025
When it comes to bankrupting our country with waste & graft, we live in a one-party system, not a democracy.
Today, the America Party is formed to give you back your freedom. https://t.co/9K8AD04QQN
Ha, infatti, dato corpo all’idea di una nuova organizzazione politica da immettere all’interno del mercato elettorale statunitense al culmine di un’ulteriore escalation polemica contro Donald Trump. Con il presidente che, da suo dichiarato ammiratore – stando a quanto sosteneva pubblicamente –, è passato a suo detrattore e accusatore implacabile, fino alla minaccia di una revoca del suo status di cittadino Usa (prontamente ribadita dall’arcinemico Steve Bannon, che lo ha apostrofato ancora in questi giorni come «sudafricano, e non americano»).
D’altronde, come vari osservatori avevano preventivamente evidenziato, i presupposti per una consunzione rapidissima delle relazioni personali fra il Commander-in-chief e il suo ex «Doge» c’erano tutti: appariva altamente improbabile che due personalità egotiche come le loro potessero trovare un equilibrio relazionale durevole. E al conflitto psicologico tra «maschi alfa» si è aggiunta una marcata diversità di programmi e orientamenti – ovvero di priorità di business, sotto molti profili –, dalle politiche sull’immigrazione ai temi del deficit pubblico e del prelievo fiscale, che ha condotto all’odierna guerra a tutto campo (e senza tregua).
Siamo al cospetto di un autentico frullato di paradossi postmoderni, che molto racconta dell’esistenza spericolata e spinta al massimo del visionario Musk – in bilico tra delirio di onnipotenza, senso di totale impunità e incapacità di calcolare le conseguenze delle proprie azioni dal momento che lo Stato, perfino nella fortezza del neoliberismo a stelle e strisce, non coincide in tutto e per tutto con un’azienda –, come pure delle trasformazioni dell’Ideologia californiana in questa fase storica di economia di guerra high-tech e intelligenza artificiale.
Uno dei massimi esponenti della cultura sociale (e, in verità, top-down e reintermediatrice) della disintermediazione ha annunciato il varo di un nuovo partito, il corpo intermedio per eccellenza; e si potrebbe perfino registrare il fatto che nella stanchissima (e snaturata) politica bipartitica americana, fondata su organizzazioni che funzionano pressoché esclusivamente quali comitati elettorali, un’offerta originale non sarebbe da disdegnare. Non precisamente, però, quella muskiana, che si configurerà alla stregua di un’ennesima formazione personale e di un tecnopartito (per dirla con due formule del politologo Mauro Calise) di ultradestra, con la finalità primaria di insidiare il Partito repubblicano (divenuto nel frattempo, a dispetto della sua storia gloriosa, quello personale di Trump) e farlo perdere nelle elezioni di midterm del 2026. Dietro lo slogan «Fondo l’America Party per ridarvi la libertà» c’è l’analisi – naturalmente confermata da Grok (ma non ve n’era bisogno...) – che una campagna elettorale ben finanziata in alcuni Stati può togliere voti a Trump, spostando alcuni equilibri a suo danno per gli anni a venire.
President @realDonaldTrump calls it "ridiculous" to start a third party after @elonmusk launches the "America Party." pic.twitter.com/6LuOhyHsjG
— Fox News (@FoxNews) July 6, 2025
Del resto, poi, ci troviamo pure dalle parti di quello che si può considerare come un «affare di famiglia», dato che il nonno del tycoon, il chiropratico e aviatore Joshua N. Haldeman, prima di andarsene in Sudafrica, e di allinearsi con il suprematismo razzista dell’apartheid diffondendo teorie cospirative e antisemite, negli anni Trenta, in Canada, era stato un esponente di spicco del movimento-partito Technocracy Inc., fondato su un mix di tecnocrazia, scientismo, elitismo, autoritarismo e simpatie per i fascismi. Insomma, i partiti in casa Musk fanno aleggiare una vera e propria aria di famiglia. Malauguratamente, sempre e rigorosamente antidemocratica. Attendiamo ora di vedere in presa diretta quali saranno le ritorsioni dell’assai vendicativo inquilino della Casa Bianca di fronte a questa discesa in campo...
Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, Università di Modena e Reggio Emilia
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