L’attacco della Casa Bianca all’indipendenza della Fed

Ha un potere immenso, la Federal Reserve (Fed). Perché governa la politica monetaria della principale potenza mondiale. E perché, nel farlo, gestisce quella valuta egemone, il dollaro, che costituisce strumento fondamentale del potere degli Usa.
È, questo, un potere maturato nel tempo. Grazie a una mutazione istituzionale della Fed che, creata nel 1913 con il suo sistema di dodici banche regionali, ha visto evolvere la sua funzione e, in seguito all’accordo con il Tesoro del 1951, acquisire una significativa indipendenza.
E per le trasformazioni dell’economia globale dell’ultimo mezzo secolo, che ne hanno ulteriormente accresciuto centralità e ruolo, come ben abbiamo visto nell’ultima grande crisi del 2008 (e come si vide quasi trent’anni prima nel cruciale tornante del 1979-81).
Indipendenza non significa totale autonomia, né assenza d’interazione con la politica e con il potere esecutivo. Interazione dialettica e talora conflittuale, questa, con Presidenti che non di rado invocavano politiche monetarie funzionali ai loro interessi politici o al loro immediato tornaconto elettorale.
Ovvero interazione complice, nel coordinare risposte monetarie e di bilancio (e mettere in asse i rispetti obiettivi politici e macroeconomici), come avvenne tra l’allora presidente della Fed, Ben Bernanke, e Obama proprio nel passaggio cruciale del 2008.
Come spesso accade con Donald Trump, questo fisiologico intreccio – e questo scontro potenziale e spesso latente – viene portato in una dimensione nuova.
Da tempo Trump attacca Jerome Powell, da lui stesso nominato nel 2018, ma oggi reo – ai suoi occhi – di non promuovere un’aggressiva politica di riduzione dei tassi d’interesse che dovrebbe stimolare la crescita e indebolire il dollaro, aumentando la competitività dell’economia statunitense.
Lo fa coi toni estremi e denigratori che ne caratterizzano la retorica: Powell è un «ostinato imbecille», ha affermato recentemente il Presidente.
E lo fa nel contesto di un più ampio attacco alla Fed, una delle poche istituzioni che stanno ancora reggendo all’assalto trumpiano, espressosi anche nel tentativo di incriminare, e costringere alle dimissioni, Lisa Cook, la prima afroamericana nominata (nel 2022) nel suo Comitato dei Governatori.
L’avvio dell’indagine su Powell per presunte irregolarità nelle spese per il nuovo edificio della Fed – un palese pretesto –rappresenta un passaggio ulteriore, e radicale, in questo attacco. Evidenzia l’indisponibilità di Trump a sottostare a qualsivoglia costrizione istituzionale o ad accettare che la politica monetaria possa essere influenzata, ma non dettata, dall’Esecutivo. Così come evidenzia i chiari istinti punitivi e vendicativi di Trump verso chi non si piega alle sue richieste.
Si tratta d’istinti che talora agiscono come un boomerang, soprattutto se veicolati attraverso il dilettantismo che, assieme all’autoritarismo, costituisce la vera cifra distintiva di questa amministrazione (e, ancor più, del Dipartimento della Giustizia guidato dalla fedelissima Pam Bondi).
Per la prima volta, Powell ha risposto con fermezza alle minacce che vengono dall’esecutivo. Sostenuto dagli altri governatori della Fed, da influenti banchieri, dai mezzi di stampa, compresi quelli (come il Wall Street Journal) non necessariamente ostili a Trump, e da un fronte politico che include alcuni, importanti senatori repubblicani.
Video message from Federal Reserve Chair Jerome H. Powell: https://t.co/5dfrkByGyX pic.twitter.com/O4ecNaYaGH
— Federal Reserve (@federalreserve) January 12, 2026
Tutti preoccupati dagli effetti che la vicenda potrebbe avere sulla credibilità e solidità ultime del dollaro (e, di riflesso, sull’inflazione). E pronti a sostenere Powell e la Fed, ostacolando se necessario la nomina di chi gli succederà il maggio prossimo.
Mentre Powell ora considera addirittura la possibilità di continuare il suo mandato nel Comitato dei Governatori fino al 2028. A dimostrazione di quali cortocircuiti possa generare il combinato disposto di autoritarismo e analfabetismo istituzionale che spesso definisce scelte e comportamenti di Donald Trump.
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