Opinioni

Amore, odio, fedeltà: parole vuote se pronunciate senza essere spontanei

Sorge un’unica, enorme, domanda: «Quanto di spontaneo e amorevole c’è di noi dentro a parole come: possesso, appartenenza, promesse?»
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Foto simbolica che rappresenta l'amore - © www.giornaledibrescia.it
Foto simbolica che rappresenta l'amore - © www.giornaledibrescia.it

Sulla spiaggia di un’isola delle Trobriand, in Nuova Guinea, il mare respira forte come per annunciare l’arrivo di qualcuno. Una piccola donna, scruta il paesaggio, sembra in attesa di un presagio. Quando la familiare sagoma della canoa appare, corre veloce verso la foresta. Chiama a raccolta i suoi figli ed il resto del villaggio. «Tornano!», grida.

Il suo uomo è il primo a scendere, le corre incontro, la pelle scura incrostata di sale. Si salutano appoggiando la fronte una contro quella dell’altro, a suggellare un legame che la distanza non ha spezzato. Lei tiene per mano un bimbo piccolo e lui lo guarda con la gioia spontanea e sincera di chi, nell’incertezza del ritorno, ha trovato ad attenderlo un dono prezioso. È stato via moltissime lune, quel figlio, come altri, non è suo ma, fra di loro, questo non ha alcuna importanza. È della sua donna.

Molto lontano da lì, in una città piena di grattacieli, chiamata Nuova York, una donna siede a testa bassa davanti a un giudice e ad una giuria. Le parole pronunciate: adulterio, colpa, disonore, scavano ferite mentre sugellano la sua condanna definitiva. L’uomo che l’ha condotta lì, evita di guardarla. Un bimbo, seduto accanto ad estranei, in fondo all’aula, piange in silenzio mentre, in nome della legge, stanno facendo a pezzi i fotogrammi più belli della sua infanzia. Nessun mare respira piano fra loro.

Ovunque l’odore aspro di sigaretta e disinfettante e corridoi freddi e anonimi, pieni di passi frenetici di esseri umani irrigiditi nelle armature di un sistema capace solo di misurare enormi distanze: fra le anime e i cuori (a New York il reato di adulterio è stato eliminato nel 2024).

In una stanza d’ospedale, in Italia, un uomo sta morendo. Dalla finestra entra una luce pallida di nebbia. Sussurra alla moglie di avvicinarsi: «Nora, amore» rantola «ho un figlio... si chiama Giulio... ha 22 anni». Nora si alza, si avvicina alla finestra, chiude gli occhi, come per misurare il peso di quella verità silenziosamente presente fra loro, la apre fa entrare un po’ di aria fresca e la richiude.

Con gesti lenti e misurati torna a sedersi accanto al marito, gli prende la mano, la stringe forte. «Dov’è?» «Qui fuori» dice lui fra le lacrime. A qualcuna di noi, su questo stesso pianeta, in questo stesso istante vengono mutilati e ricuciti i genitali perché non possa provare piacere.

Lo fanno le madri con semplici lamette da barba sui tavoli della cucina. Altre, proprio ora, sono interrate fino al collo, la testa esposta per lapidazione. In qualche casa instagrammabile una donna libera sta rischiando la vita mentre annuncia al compagno che lo lascerà.

Da qualche parte qualche donna minaccia di suicidarsi per trattenere il suo uomo, innamorato di un’altra. Un’altra lo fa inseguire per ricattarlo. Un uomo tradito trama vendetta e qualche figlio sta per difendere sua madre dalle aggressioni paterne. E sopra a tutto questo, un’unica, enorme, domanda: «Quanto di spontaneo e amorevole c’è di noi dentro a parole come: fedeltà, possesso, appartenenza, promesse? Quanto odio può travestirsi d’amore e quanto amore può tramutarsi in odio?».

L’unica risposta possibile e vera la può offrire solo l’antropologia: quel punto di osservazione oggettivo e neutrale che, come ci ricorda Klukhohn, porge all'uomo un enorme specchio nel quale guardarsi nella sua molteplice complessità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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