Opinioni

C’è un’Africa che dice no agli aiuti «coloniali» degli Usa

Non solo litio e cobalto: al centro della contesa anche i dati genetici della popolazione. Dallo Zimbabwe un rifiuto da 367 milioni di dollari. E sullo sfondo lo smantellamento di Usaid e l’uscita degli Stati Uniti dall’Oms.
Il parlamento dello Zimbabwe durante una seduta - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il parlamento dello Zimbabwe durante una seduta - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«La nostra sovranità non è in vendita. Il nostro futuro non è negoziabile. La nostra legittimità non ha prezzo. Basta scambiare vite umane con il litio, medicine con i minerali, aiuti con il possesso del nostro futuro».

Il neocolonialismo trumpiano si traveste da aiuti sanitari e umanitari. Ma si scontra con l’orgoglio africano. Soldi in cambio, non solo della cessione di diritti di estrazione su minerali come il litio, il cobalto e il rame, ma anche dei dati sanitari dei cittadini e di quelli di sequenziamento genetico prelevati nella popolazione.

Ma lo Zimbabwe ha detto no e ha rispedito al mittente l’offerta di 367 milioni di dollari. A raccontarlo è una ragazza zimbabwese su Make Africa Great, il canale YouTube che dà voce alla società civile e alla diaspora africana. Per i giovani questo rifiuto dello Stato all’interferenza straniera rappresenta il segnale di «un’Africa che si sta rialzando, che non intende né supplicare, né inchinarsi all’arroganza delle potenze estere».

Il faro a cui si guarda è il terzetto Mali-Burkina Faso-Niger che, dopo 130 anni di presenza, ha messo la Francia alla porta. Il diniego dello Zimbabwe ha lasciato il mondo a bocca aperta, perché stiamo parlando del 37esimo Paese più povero al mondo con un reddito pro capite di tremila dollari l’anno; un abitante su dieci positivo al virus dell’Hiv, e un incremento dei decessi dovuti alla malaria (174 tra gennaio e aprile 2026, rispetto agli 85 dello stesso periodo dell'anno precedente). Degli aiuti ci sarebbe davvero bisogno. E, negli ultimi due decenni, gli Usa hanno fornito allo Stato sudafricano oltre 1,9 miliardi di dollari in finanziamenti per la sanità.

Ma per alcuni Stati africani così com’è formulato, quello del presidente Trump è un ricatto, i cui criteri sono stati raccontati dalla rivista scientifica «Bulletin of the Atomic Scientists». Gli Stati Uniti garantiscono aiuti sanitari per cinque anni, e ne ottengono dati e campioni biologici per un quarto di secolo. Questi dati - sensibili, va sottolineato - vengono ceduti alle case farmaceutiche al fine di sviluppare nuovi vaccini e nuovi farmaci, rispetto ai quali i Paesi di provenienza dei dati non hanno una via preferenziale. La stessa proposta è stata fatta a partire dallo scorso dicembre dagli Usa a una trentina di Paesi, non solo africani, ma anche sudamericani, sotto il titolo di «America First Global Health Strategy», con un budget complessivo di 20,6 miliardi di dollari di finanziamenti, di cui 12,8 provenienti dagli Stati Uniti e 7,8 in «co-investimenti» da parte dei Paesi beneficiari. Tra chi ha aderito, vi sono il Burundi, l’Angola, il Niger. Così anche la Nigeria (ha già ricevuto 5,1 miliardi di dollari), l’Etiopia (1,5 miliardi) e l’Uganda (2,3 miliardi). Dopo lo Zimbabwe anche Ghana, Zambia e Kenya hanno rifiutato.

Alla luce di tutto questo, si comincia a delineare il perché dello smantellamento di Usaid-Agenzia per lo Sviluppo Internazionale, e dell’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il taglio dei finanziamenti all’Usaid era andato a discapito dello Zimbabwe Entomological Support Programme in Malaria (Zento) presso l’Africa University di Mutare che forniva ricerca scientifica a supporto del Programma nazionale di controllo della malaria del Paese, e dello Zimbabwe Assistance Programme in Malaria II (Zapim II), che contribuiva a rafforzare la diagnosi, il trattamento e la prevenzione della malaria nei distretti ad alta incidenza. Messo il Continente in difficoltà sanitaria, Trump è «rientrato dalla finestra», sfoderando gli accordi bilaterali.

In totale disaccordo con le organizzazioni umanitarie, alcuni analisti considerano questa mossa uno stimolo per i governi africani a ridurre l’eccessiva dipendenza dai finanziamenti esteri e a dare priorità, nei loro bilanci, alla spesa sanitaria.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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