Afd, minaccia fatale per la democrazia

Suscitano inquietanti preoccupazioni i ripetuti sondaggi che in Germania segnalano una probabile affermazione di Alternative für Deutschland: da partito regionale di protesta ora una presenza stabile e in costante ascesa, al punto da contendere alla Cdu-Csu il primato nelle preferenze di elettori che peraltro continuano a penalizzare la Sinistra socialdemocratica. Per gli estremisti della destra radicale il successo, e con punte ben sopra il 30% nei Länder orientali, ma anche ad Ovest dove AfD ha raddoppiato le proprie percentuali collocandosi dopo la Csu perfino in Baviera, là dove lo storico partito democristiano ha sempre svolto una funzione di contenimento dell’area di destra.
Le elezioni della prossima primavera in Baden-Württenberg e in Renania Palatinato si configurano pertanto come un test molto significativo e ad alto rischio, non solo per la Germania, ma per le stesse prospettive della politica europea alle prese con una formazione strutturata, in grado di dilatare la propria influenza ai diversi Paesi dell’Unione sino a produrre dirompenti processi di destabilizzazione antidemocratica del quadro oggi vigente.
Progressivamente attenuando le divisioni interne che sin dall’origine ne contrassegnano la nascita, tra un’ala di impronta conservatrice-liberale disponibile ad esperimenti di coalizione ed una caratterizzata di un oltranzismo movimentista, l’AfD è oggi un partito etnonazionalista e apertamente razzista, guidato da una leadership abilitata a promuovere agitazioni di piazza e rissosità parlamentare, attivismo online e conflittualità istituzionale, facendo della mobilitazione e di una predicazione propagandistica martellante le leve attraverso le quali consolidare e affermare, per insistita differenza dall’establishment, la propria identità.
In effetti la questione identitaria campeggia in un discorso che pone al proprio centro una irrimediabile ostilità nei confronti dell’immigrazione, prospettata come minaccia esistenziale per la nazione tedesca, per la sua cultura, rispetto alla quale l’Islam rappresenta una sfida esiziale in quanto incompatibile e corpo estraneo. Da qui la teorizzazione di un complotto volto ad una «sostituzione etnica» contro la quale bisogna vigorosamente reagire bloccando le immigrazioni dai Paesi musulmani. Soprattutto dando avvio ad un processo di «remigrazione»: questa la parola chiave, vale a dire espulsione massiva, trasferimento coatto al luogo d’origine, o là dove possibile, degli immigrati, irregolari o regolari che siano, così come dei richiedenti asilo, dei lavoratori già insediati, di singole famiglie che pure da anni vivono nel Paese.
⚡🇩🇪 Alice Weidel exposes the state of modern Germany:
— Adam Moczar (@AdamMoczar) January 1, 2026
"Mass migration, exploding crime, high taxes, silenced dissent. The regime wants to ban the strongest opposition party-us, the AfD. This is grotesque. This is authoritarian. But they will not prevail."pic.twitter.com/fuWCVVbUHB
Un ultrasovranismo – al confronto Donald Trump è un conservatore moderato – a tal punto spinto sino a tradursi nelle campagne di comunicazione nella lugubre immagine di un aereo della «Deportation Airlines» che evoca gli orrori del mondo concentrazionario della deportazione nazista. Del resto l’AfD, oltre alle nostalgie hitleriane, non ha alcun ritegno nello sdoganamento di una espressività che punta alla normalizzazione dell’estremo, in questo favorita da un’opinione pubblica disponibile all’assuefazione e alla desemantizzazione del significato per cui non vi è più alcun limite al dicibile e l’indicibile appartiene ormai alla quotidianità.
Non soltanto la polemica anti-Euro – un cavallo di battaglia sempre al galoppo nella polemica avversa all’unificazione monetaria –, ma chiusura delle frontiere, assegnazione delle risorse «prima ai Tedeschi», isolazionismo, in attesa che altri Paesi scelgano la stessa linea e collegamento con le forze antieuropeiste in chiave neonazionalista, guardando con simpatia a Putin del quale si condivide la strategia anti-Unione.
Il sentimento diffuso dell’insicurezza sociale, che accomuna i perdenti della riunificazione tedesca, la frustrazione di quanti all’Est non sono riusciti ad assurgere a classe dirigente nella competizione con l’élite occidentale del Paese, la paura connessa alle sfide della modernizzazione che colpisce settori rilevanti del mondo del lavoro, la segmentazione prodotta dalle diseguaglianze, il rifiuto verso le istituzioni, un’economia in grave difficoltà, tutto questo congiura a favore di un partito spregiudicatamente impegnato a tradurre a proprio vantaggio i fattori di crisi. E non basteranno cordoni sanitari e misure sanzionatorie a fermarne la corsa.
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