Adultescenza, adulti inaffidabili e violenza giovanile

Si cresce in contesti relazionali silenziosi, dove non si comunica, non si ascolta e non si osserva, dove non si pongono domande e men che meno si alimenta il dubbio
Genitori e figli - © www.giornaledibrescia.it
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L’aumento della violenza giovanile fa aumentare preoccupazioni e paure ma fa crescere anche l’idea che per contenerla servano solo leggi punitive e carceri. Sono invece tante le cose necessarie, a partire da una comunità educante capace valorizzare la prevenzione prima della repressione.

Tra le ragioni della violenza delle nuove generazioni vi è sovente la rabbia e la delusione per le promesse non mantenute di un futuro felice che gli adolescenti di oggi non vedono. Poi c’è il disorientamento che origina da una «società orizzontale» fatta di un’adultità «liquida» per dirla con il sociologo Bauman, che da un punto di vista educativo risulta oggi negligente.

E vi è il prevalere in quest’epoca martoriata da guerre spaventose e contraddizioni infinite, della comunità degli «adultescenti», ovvero quella di adulti con scarso senso di responsabilità, incapaci di assumere il proprio ruolo. Aumentano anche le famiglie «Babbonatale» più centrate sulle risposte materiali in cui l’avere viene scambiato per l’essere.

Si cresce in contesti relazionali silenziosi, dove non si comunica, non si ascolta e non si osserva, dove non si pongono domande e men che meno si alimenta il dubbio. Si valorizza di più la forza della competizione o il menefreghismo del «Tu fatti gli affari tuoi!».

Spesso nelle famiglie odierne i modelli sono quelli degli «adulti bonsai», genitori in miniatura, con poco terreno regolativo e scarsità di funzioni educative. Invece di dare appoggio e spinta allo sviluppo, questi genitori chiedono di frequente «Come devo fare?» e si aspettano la ricetta magica.

Faticano a mettersi in gioco come educatori perché non hanno attrezzi sufficienti. Quando li hanno non sanno usarli. Mancano sovente di autorevolezza e si identificano con i figli, li scimmiottano e ne riproducono i loro atteggiamenti. Con la scusa di controllarli sui social, fanno gli amici e rinunciano a quel ruolo di guida che è una specifica funzione genitoriale. Affiancano più come gregari che in quanto genitori autorevoli.

Incapaci speso di rispondere con un «Si, ma...» ovvero negoziare e trovare compromessi, evitano il confronto e non insegnano a dubitare, a fare da soli e ad accettare le conseguenze degli sbagli. Invertono i ruoli, sono loro a chiedere consigli e suggerimenti ai figli così a guardarli bene, non sai a dire chi è genitore e chi figlio, perché entrambi si assomigliano.

Per questa genitorialità sbiadita e inconsistente si dovrebbero pensare progetti di sviluppo educativo e di sostegno a prevenzione della violenza giovanile. Alla famiglia dalle relazioni superficiali bisognerebbe dare appoggio ancor prima di costruire carceri.

La genitorialità povera, quella che suggerisce il menefreghismo e l’indifferenza va aiutata con urgenza, perché oggi la violenza degli adolescenti, individuali o di gruppo, è prima di tutto da attribuire alla latitanza di una dimensione etica che nessuno insegna e all’inesistente educazione alle relazioni e al rispetto reciproco.

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