Ho incontrato per la prima volta Giacomo Scanzi negli anni ’90 del secolo scorso, in occasione di uno dei Colloqui Internazionali di Studio dell’Istituto Paolo VI. Lui era stato ingaggiato dal presidente dell’Istituto Giuseppe Camadini come addetto a curare i rapporti con la stampa. Io cominciavo ad affacciarmi sul lavoro dell’Istituto Paolo VI che nei decenni successivi avrebbe rappresentato una parte importante anche del mio lavoro.
Ricordo che in quell’occasione gli avevo espresso il mio apprezzamento perché le sue cronache di discussioni spesso intricate trasmettevano l’impressione di trovarsi di fronte a un interprete che riusciva a coglierne il senso profondo, senza fermarsi alla superficie. Successivamente ho scoperto che la capacità di comprendere i dibattiti gli venivano dai suoi studi storici e dall’interesse per le questioni culturali. Tra i suoi maestri nel campo della ricerca storica non si può qui fare a meno di ricordare Giorgio Rumi, che ha avuto un ruolo significativo anche nella ricerca avviata e condotta dall’Istituto Paolo VI.
Gli scritti su Paolo VI
A Giovanni Battista Montini, Paolo VI, Giacomo Scanzi ha dedicato numerosi scritti, tra i quali due, in particolare, meritano di essere menzionati. Nel 2014 per i tipi delle Edizioni Studium di Roma è pubblicata una breve biografia dal titolo «Paolo VI. Fedele a Dio, fedele all’uomo». Il volume mette in luce l’importanza che per il futuro Sostituto della Segreteria di Stato, Arcivescovo di Milano e Papa hanno avuto le radici bresciane, che affondano nella famiglia di origine e nel movimento cattolico bresciano tra fine Ottocento e inizio Novecento. Senza trascurare questo aspetto, già noto e ampiamente indagato, Scanzi mette in luce l’importanza della figura materna, Giuditta Alghisi, e dell’impronta indelebile da lei lasciata anche sul magistero successivo di Paolo VI.
La biografia di Paolo VI offre i tratti essenziali della sua vicenda personale, ma al tempo stesso offre una chiave interpretativa complessiva del suo ministero. «Nel tono intimo del dialogo con la propria anima» [si coglie] «la consapevolezza montiniana di vivere il Pontificato come l’esperienza della Croce. Un’esperienza ricercata, d’altra parte, fin dai primi anni del sacerdozio. Martirio, questa è la chiave di lettura di un quindicennio che si mostrerà in tutta la sua grandezza e insieme in tutta la sua complessità e durezza».
Nel 2018 Giacomo Scanzi raccoglie una serie di saggi nel volume «Paolo VI e il Novecento». Una poetica della vita. Nell’ampio panorama sono messi in luce i grandi temi culturali che attraversano il secolo, ma ritorna insistente il tema della vita come riferimento decisivo per il mondo di Paolo VI. «Il linguaggio di Paolo VI – scrive Scanzi – è stato, ed è, il linguaggio della vita. Lo ha vissuto, lo ha sofferto, lo ha patito in un tempo in cui l’uomo è stato rapito da un’ansia demolitoria, da una noia esistenziale tanto simile alla prefazione di un esito mortale, alla riduzione dell’umano alla sua caricatura sempre oscillante tra annichilimento ed esaltazione. E lo sguardo si attesta là, nel nucleo misterioso dell’amore così umano dei suoi genitori che sembra divenire il seme di ogni magistero. Perché l’amore sia un’esperienza vivibile in tutta la sua grandezza tra gli uomini e davanti a Dio».



