Nel 2026 la sfida sarà tra petro ed elettro-Stati

Mentre le rinnovabili crescono, la produzione di petrolio e gas continua ad aumentare, spinta anche dagli Stati Uniti, che stanno attuando politiche mirate per mantenere i fossili al centro del sistema energetico globale
Impianto di estrazione nel lago Maracaibo - © www.giornaledibrescia.it
Impianto di estrazione nel lago Maracaibo - © www.giornaledibrescia.it
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La partita della transizione energetica globale non è più una discussione astratta sul clima. È uno scontro politico, industriale e geopolitico tra due modelli di potere: da una parte i petro-Stati, dall’altra gli elettro-Stati. E il 2026 rischia di essere l’anno in cui questa linea di frattura diventa esplicita.

Due anni fa la comunità internazionale si era impegnata a «transitare lontano dai combustibili fossili» in modo giusto e ordinato, triplicando le rinnovabili e raddoppiando l’efficienza energetica entro il 2030. I dati mostrano progressi reali: nel 2024 oltre il 90% della nuova capacità elettrica installata è arrivata da fonti rinnovabili, un andamento confermato anche nel 2025.

Ma la transizione procede a doppia velocità. Mentre le rinnovabili crescono, la produzione di petrolio e gas continua ad aumentare, spinta anche dagli Stati Uniti, che stanno attuando politiche mirate per mantenere i fossili al centro del sistema energetico globale: nelle ultime ore, Trump lo ha reso esplicito scegliendo di uscire dal trattato mondiale sul Clima.

Questo conflitto è emerso con chiarezza alla Cop30 di Belém, in Brasile. La transizione non doveva essere il tema dominante del vertice, ma lo è diventata subito. In apertura, il presidente Lula ha proposto una road map globale per superare la dipendenza dai combustibili fossili: non un’altra dichiarazione, ma un processo operativo.

Più di 80 Paesi hanno sostenuto l’idea, dai piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei mari a Paesi africani, fino ai produttori di fossili come l’Australia. A bloccarla è stato il fronte dei Paesi esportatori di petrolio e gas, che ha cancellato ogni riferimento alla road map dal documento finale.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Kent Nishimura © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Kent Nishimura © www.giornaledibrescia.it

Il presidente della COP30, André Aranha Corrêa do Lago, ha però annunciato che nel 2026 lancerà comunque un percorso su due road map: una contro la deforestazione e una per l’uscita dai fossili nei sistemi energetici. Il nodo decisivo sarà la dipendenza economica.

In Paesi come la Nigeria, dove il petrolio garantisce fino a oltre il 90% delle entrate pubbliche ma quasi il 40% della popolazione non ha accesso all’elettricità, la transizione è anche una questione di sviluppo. E le alternative esistono: risorse solari, idroelettriche ed eoliche ancora largamente inutilizzate.

Alcuni governi stanno iniziando a muoversi. Il Brasile lavora a un fondo per la transizione finanziato anche dai proventi di petrolio e gas, pur restando un grande produttore. La Norvegia ha avviato una commissione per pianificare l’uscita dai fossili. L’Unione europea interviene riducendo la domanda, con obiettivi sulle rinnovabili e un sistema di scambio delle emissioni sempre più esteso. Gli Stati Uniti, al contrario, puntano a rafforzare l’offerta, soprattutto di gas naturale liquefatto.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le rinnovabili continueranno a crescere più di ogni altra fonte, ma anche gli investimenti nei fossili sono in crescita.

È questa ambivalenza a rendere il 2026 un passaggio cruciale. Alla Cop31, in Turchia, non basterà più mediare: sarà chiaro chi sta costruendo l’uscita dal fossile e chi sta cercando di rinviarla. Tra nuove alleanze e riposizionamenti che correranno anche sul filo dello sviluppo tecnologico.

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