La vanga all’orizzonte

La triste (ma improrogabile) attività fisica: è stata la mia ortaglia a farmi decidere per la discesa in campo
Una vanga in azione - Foto Pexels © www.giornaledibrescia.it
Una vanga in azione - Foto Pexels © www.giornaledibrescia.it
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Nel mezzo del cammin della mia vita mi sono ritrovato (mio malgrado) a dover praticare attività fisica. È molto triste, ne sono consapevole. L’ultima volta che ho fatto sport è stato durante le ore di psicomotricità alle elementari. Le fotografie erano a colori, ma il bianco e nero non era ancora totalmente in disuso. È passato quindi qualche decennio. Decenni durante i quali le sfide agonistiche sono state sui tavoli della briscola.

Poi all’improvviso la spalla ha iniziato a fare i capricci, il medico (inopportuno) non si è limitato a una diagnosi, è andato oltre: in assenza di una costante attività sportiva il futuro si prospetta di sofferenza. Intendiamoci, da queste parti siamo uomini tutti d’un pezzo, non è un po’ di dolore a spaventare, figuriamoci. È stata la mia ortaglia a farmi decidere per la discesa in campo: chi impugnerà quella vanga (per ora a riposo) se non io?

Inizialmente avevo pensato di iscrivermi alla ginnastica dolce con le anziane all’oratorio, ma i posti erano già esauriti. Ho vagliato l’opzione pilates, ma l’ho trovata troppo alla moda. Ho quindi deciso di fare esercizi seguendo l’istruttore su internet, lo guardo dalla televisione. Braccia su, braccia avanti, braccia roteanti. Gomito destro contro ginocchio sinistro. Un saltino. Lui fa e tu ripeti. Poi ci sono gli squat, ti dice: piegate le gambe come se doveste sedervi su un piano posto alle vostre spalle e poi risalite. Così per quindici minuti, che sembrano pochi. Sembrano. A volte perdo il ritmo, mi fermo. Poi riprendo. E mi rifermo. Quello è talmente iperattivo che mi stanco anche solo a guardarlo. Alcune mattine lo guardo e basta, speriamo che basti.

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