Il caminetto che ci meritiamo

Una vita all’insegna dei (tristi) surrogati
Il fuoco acceso in un caminetto
Il fuoco acceso in un caminetto
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Adoro la meraviglia del caminetto acceso, mi commuovo fino alle lacrime mentre vengo coccolato dallo scoppiettare del fuoco, quello che le persone colte chiamano crepitare. In realtà amo accendere il fuoco in generale, d’estate mi trasformo nel maestro dei barbecue, e sia detto in totale umiltà. La legna che arde, le fiamme che prendono consistenza, il profumo di vita vera che invade l’aria, è tutto meraviglioso.

Un’estate, preso da un entusiasmo evidentemente eccessivo, mi ero messo d’impegno, volevo vivere l’esperienza pienamente (come si usa dire oggi), avevo quindi deciso di tagliare anche la legna.

Ecco, va detto che le esperienze possono essere appaganti anche senza viverle pienamente; anzi: la legna già tagliata è financo rassicurante. Oggi i caminetti nelle case sono merce rara, fanno bella mostra di sé solo in qualche tavernetta, di quelle con le perline alle pareti e con le caraffe a forma di botte sulle mensole. Ma ormai non li accende più nessuno.

È rimasto il ricordo, e in questi tempi nefasti la retorica del si stava meglio quando si stava peggio genera mostri. Ecco allora il surrogato del caminetto, quello che occupa senza fumo lo schermo dei mega televisori ultrapiatti. Sicuramente sarete capitati in qualche casa che lo aveva acceso accanto all’albero di Natale.

Ma non un caminetto qualsiasi, quello di Netflix, quindi a pagamento. I geni della piattaforma hanno infatti incaricato un regista di realizzare, appunto, un edificante caminetto. Risultato, è stato tra i contenuti più visti delle feste. Spesso si dice che non c’è speranza nel futuro, dimenticandosi però che la tragedia è già nel presente.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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