La chioma spelacchiata del ficus ginseng

I bonsai mi hanno sempre affascinato, l’arte millenaria nel realizzarli, l’amore e la pazienza certosina nell’accudirli. Ci ho provato più volte, ma tra noi non c’è mai stata empatia. Li prendo financo smaglianti, nel giro di poche settimane sono rinsecchiti e pronti a finire nel presepe successivo. Rientra nella categoria bonsai, per quanto atipico, il ficus ginseng, che solitamente si presenta con un tronco particolarmente significativo e le radici che fuoriescono dalla terra.
La dotazione fogliare è molto significativa. Cado sempre in tentazione. I primi giorni trascorrono in una deliziosa luna di miele, poi le foglioline iniziano a ingiallire. Nel silenzio della notte si sentono i delicati tic di quelle poverette. La chioma si dirada fino all’inesorabile destino.
Quando sembrava una storia finita, ecco la scoperta. Un’estate, prima di partire per le vacanze, ho portato il ficus ginseng in villeggiatura nel giardino dei miei genitori. Al ritorno mi sono scordato di lui, è rimasto al suo posto all’aperto anche a i primi freddi, quindi i super freddi. A primavera era in formissima. Ma non viene venduto come pianta d’appartamento? Va beh, i poteri forti non vogliono dircelo.
Fatto sta la sua chioma era tornata radiosa, perfetta. Ho provato invidia, lo ammetto. Bastasse un po’ di tempo al gelo. Non sto parlando per me ovviamente, dico per un amico. Certo oggi si fanno pregevoli innesti, ma suvvia. È un tema delicato. Ricordo un mio compaesano che, negli anni Ottanta, aveva un’ultima ciocca lunga due metri con cui ogni mattina realizzava un sontuoso riporto. Un’opera d’arte. Guai a parlare di capelli in sua presenza. Capelli? Pardon, si parlava di foglie.
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@Domenica
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