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Cesare Trebeschi, il rigore e la testimonianza

Sindaco di Brescia dal 1975 al 1985 fu l’architetto del teleriscaldamento. Indipendente nella Dc, uomo libero segnato dalle tragedie di famiglia
Cesare Trebeschi - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Cesare Trebeschi - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Severo e non raggiungibile, visto da lontano. Visto da vicino, scoperto da «compagno di banco» per caso o per circostanze, ti veniva dentro con un’ironia neppure raggelata da una certa miopia, sorrideva e si portava una pettinatura da monello che contraddiceva i suoi sermoni quasi biblici: capelli molto corti, contrastanti vestiti scuri, poca cravatta o niente, mai in formato Farnesina. Cesare Trebeschi, sindaco di Brescia dal 1975 al 1985 e prima presidente Asm, avvocato e scrittore, un intellettuale e cattolico credente senza sconti né per sé né per gli altri. Eppure dotato di pietà e di compassione, ma si doveva raccontargliela tutta e giusta.

Viene narrato all’interno della sinistra Dc e in parte è stato vero e in parte no, essendo, un indipendente, personaggio delle Scritture più che Degasperiano, anche se amico e estimatore della corrente Dc denominata i Basisti, gli Avvocati. E forse di più, amico di Gervasio Pagani dei forza novisti di Donat Cattin, i cosiddetti «comunisti bianchi» divisi a Brescia in due parti, quella di Sandro e Elio Fontana e quella di Gervasio con Landi, Fappani, Lussignoli, Papetti, Taini... Gervasio morì in un incidente stradale, lui le sue due bimbe e la moglie. Trebeschi pregò Gervasio in un intervento domestico da resurrezione laica.

Addio a Cesare Trebeschi, la fotogallery
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Addio a Cesare Trebeschi, la fotogallery

Negli anni Settanta, già, qualche anno prima della tragedia, estate 1987, Cesare Trebeschi ci raccontò, su al monte di Rovato dove si ascoltava, la poesia e la predicazione di padre Turoldo, la storia dell’incontro strategico durante uno step del famoso teleriscaldamento di cui lui, Cesare Trebeschi fu il padre. Disse, più o meno – le parole trebeschiane erano secche, mai incerte e quindi da registrare altrimenti vai a spanne –, ma il senso era quello: «Venne da me, in Loggia, un ingegnere dalla Danimarca. Mi doveva spiegare un passaggio tecnico importante del teleriscaldamento. Ci accadde di non avere una lingua a disposizione per comprenderci. Italiano e danese scartati reciprocamente, così inglese e francese, io conoscevo il francese e lui l’inglese. Poi, muovendoci come dei mimi capimmo sul disegno di una Croce di essere entrambi fortemente cattolici e di conoscere alla perfezione la lingua latina». Così il Teleriscaldamento uscì dalla lingua imparata in tante classi per tanto tempo e già allora in decadenza.

Con Gervasio e Trebeschi, prima di scendere dal monte di Rovato, ci lasciammo in latino, scherzando e per noi fu facile salutare con un «Ave Cesare». Nel 1985, finimmo per trovarci in una televisione di Montichiari. Lui finiva il mandato in Loggia ed io il mio a Orzinuovi. Aveva letto sul nostro giornale che eravamo stati da Francesco Cossiga, presidente della Repubblica e prima ministro degli Interni e ci chiedeva conto del suo amico Francesco, compagno di liceo e poi vero amico essendo stato ospitato nella villa dei Trebeschi a Cellatica non per pochi giorni. A Cellatica, Trebeschi era stato sindaco e gli piaceva vivere la villa e il paese, ricordandoci il perché del lungo soggiorno del presidente Cossiga, allora ministro degli Interni nella sua casa non per pochi giorni. «In quegli anni Francesco Cossiga era sotto tiro – ci disse Cesare Trebeschi – il terrorismo rosso e nero voleva ucciderlo. E forse non solo il terrorismo...». Ci accadde un paio di volte di trovarci nella casa di Cossiga. Gli ricordammo quel soggiorno a Cellatica a casa Trebeschi e Cossiga, col suo fare apparentemente distratto, negò di esserci stato.

Fu una negazione distratta come per suggerirci di non tornare sulla questione e ci chiese, con raccomandazioni affettuose di abbracciagli Cesare e che lo aspettava presto a Roma… «Voglio chiedergli un paio di informazioni su papa Montini...». Riferimmo e l’avv. Trebeschi restituì un’eguale distrazione riguardo allo smemorato Cossiga sulla visita rifugio di Cellatica. Del resto, per chi conosce le vicende bresciane del sotto terra sa bene che da Brescia il terrorismo rosso e nero passò e dimorò. Moretti non vi dice niente?

Di Cesare Trebeschi, oltre l’aneddotica, dobbiamo celebrare la sua passione e militanza contro il nazismo e il fascismo e l’altare su cui celebrò sempre il martirio di suo padre Andrea, assassinato nei campi di concentramento nazisti dopo aver vissuto le torture nel circuito malefico del lager di Dachau, Mauthausen e Gusen. Nella strage di piazza Loggia Cesare Trebeschi perse il cugino Alberto Trebeschi con la moglie Clementina Calzari Trebeschi. Lui portò con sé lo spirito della tragedia e lo Spirito del credente a cui spetta il diritto e il dovere di ricominciare. Con l’applicazione di una pena incancellabile, per la vittima e per il carnefice: la pena di non dimenticare.

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