Numeri primi

Bruno Boni, laureato in sindacatura, sapeva incantare i bresciani

I suoi oppositori dicevano che fosse il sindaco dell’asfalto, ma tra il 1948 e il 1975 fu molto di più di questo
Bruno Boni - © www.giornaledibrescia.it
Bruno Boni - © www.giornaledibrescia.it

L’idea riguarda la possibilità di legare la memoria di un sindaco a un ricordo, a un aneddoto. Può accadere e accade altrimenti di piazzare un cognome dei sindaci a un esterno della Spagna calcistica. Si alzeranno i morti e compariranno i vivi. Noi saremo testimoni di prima o seconda mano. Non inventeremo niente per gradimento. Cercheremo di collocare un fatto o due nel risorgimento di diversi primi cittadini. Alterneremo la città con la provincia. Seri, abbasso il sussiego, pronti a ricevere aggiunte, precisazioni, condivisioni.

Cominciamo da Bruno Boni, sindaco di Brescia per un terzo, quasi, di secolo, primo cittadino dal 1948 al 1975. Sindaco del mattino, alle 15 del pomeriggio in casa, studio e pochi ricevimenti, niente salotto. Rare le uscite serali. Boni comunicava con un dire baritonale, tra dialetto e italiano, il ritmo e il suono pienamente nordici-bresciani. Mai violento, sempre pronto alla sfida se veniva sfidato. Cattolico, laico, fanfaniano, dunque con l’occhio destro verso la giustizia sociale. Suo padre era un sarto e lui si laureò alla sindacatura in Loggia. Si dilettò in filosofia e matematica con un libro perpetuo sotto braccio, preso, solitamente, alla libreria Tarantola. Fu magistrale in una sconfinata corrispondenza epistolare.

Di lui le opposizioni dissero che era il sindaco dell’asfalto, strologando che «Asfaltar non es Gubernar». In verità, le nostre strada, a Brescia e provincia ricordavano le strade afgane. Chi non ha vissuto quelle contrade non ha la necessità di togliersi il fango psicologico alle scarpe ad ogni pioggia, la neve alta così ad ogni nevicata.

Il sindaco Boni ebbe diversi uffici di lavoro e di relazione popolare. Primo, il barbiere in via Gramsci che divenne il barbiere di almeno cinque sindaci. Il barbiere era una radio tivù ascoltava, riferiva, finendo per governare il confronto. Il secondo ufficio furono i portici di corso Zanardelli. Lì, il magnifico istrione tendeva amorevoli trappole, individuava il provinciale di turno, lo accalappiava e se lo portava sotto braccio al banco del bar. A quel punto, il cittadino della provincia, mettete si chiamasse Piero di Travagliato, ancora incipriato di panico si arrendeva ad ogni parola del sindaco di Brescia, conosciuto per la ragione che visitava ogni sagra e ogni fiera della provincia e comiziava quattro volte ad ogni angolo del paese, per una mostra pittorica, l’inaugurazione dei primi depuratori, il saluto al parroco o il necrologio dell’ultimo personaggio partito per l’altra riva.

Il sindaco Bruno Boni - © www.giornaledibrescia.it
Il sindaco Bruno Boni - © www.giornaledibrescia.it

Bruno Boni incantava. «Lei mi offra un caffè e mi vada a salutare il sindaco del suo paese. Gli dica che il sindaco Bruno Boni lo andrà a trovare presto oppure venga lui da me in Loggia». Il signore Piero di Travagliato partiva a casa e prima si recava in municipio per cercare il sindaco, cuore in gola e il nome di Bruno Boni sulle labbra smorte.

Molto acuto fu l’aneddoto riguardante la sfida nel Comitato provinciale della Democrazia Cristiana nella notte dell’indicazione politica per il sindaco della città. Fumo come nebbia al primo piano dell’aula settecentesca di via Tosio numero 8, sede storica del partito di maggioranza relativa. Ad un certo punto si alzò un senatore stimato, vecchio operaio Om, che invitò Boni a lasciare il posto. Disse, più o meno, in una specie di dialetto italiano di tutti a quel tempo: «Sior sindaco, l’è 30 agn, sono trent’anni e adesso può lasciare il posto il Loggia. Ga par mia, non le pare? E poi lei non sa quel che dicono di lei, el sa mia chèl che i dis de lù...». Il sindaco Boni prese la parola e lasciò l’ultimo tocco per quel senatore galantuomo della sinistra Dc: «Mi scusi senatore, el ma scuse senatùr, io non so quello che dicono di me, ma so quello che dicono di lei...».

Erano i fulmini di mezzanotte nella notte dei lunghi coltelli. Entrambi galantuomini. Il Senatore non era proprio ricco per niente e per niente ricco lo era il sindaco Boni. Però era tardi e si stava nel buio della nomina. Verso l’alba, qualcuno vide all’angolo di via Tosio il senatore e il sindaco a braccetto, confabulavano e gesticolavano e dal passo e dal tono della voce si capiva che era il rientro a casa di due persone per bene, considerato il rapporto pubblico e privato tra il dare e l’avere. E viene in mente, subito, Giovannino Guareschi, con quell’incamparabile Don Camillo e Peppone. Quel Guareschi che fu molto nostro per lingua, spirito e geografia. Brescia glia ha dedicato una piazzetta e per gli altri sindaci partiti via non si sono consumati blocchi di marmo di Botticino. Un po’ poco, via!

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Commenti

Argomenti
Bruno Boni

Le notizie della sera

Il riassunto della giornata, con le principali notizie e gli approfondimenti della redazione.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
SponsorizzatoA&T Vicenza, le tecnologie che trasformano la manifatturaA&T Vicenza, le tecnologie che trasformano la manifattura

Dal 27 al 29 ottobre oltre 300 espositori, quattro progetti speciali e 70 appuntamenti formativi dedicati ad automazione, robotica e intelligenza artificiale

Delitti Bresciani, il podcast del GdBDelitti Bresciani, il podcast del GdB

I grandi casi della cronaca nera e giudiziaria che hanno varcato i confini della provincia e sono diventati casi nazionali

ASCOLTA