Ragazzi sbandati. Violenza e disagio da affrontare
Ho letto (con un certo piacere) la notizia della condanna a quel gruppo di «maranza» responsabili di numerose violenze nei confronti di tanti cittadini e minori bresciani. Sottolineo «con un certo piacere» non perché sia sadico ma perché ritengo che la giustizia (una volta tanto) abbia non dico trionfato ma quanto meno punito chi si comporta male e agisce con violenza, molte volte senza motivo. Noto anche che i nomi dei coinvolti condannati sono tutti (mi dispiace evidenziarlo ma è la realtà) di natura extracomunitaria. L’articolo parlando dei condannati dice che si tratta di «minori non accompagnati» e che vivevano «per strada e/o di espedienti». Come se ne sono andati? Sono fuggiti? E nessuno li ha cercati? In Italia (con tutti i pericoli che possono incontrare) possono circolare liberamente minori senza che nessuno faccia niente? Non capisco. Quando sento parlare di «minori non accompagnati» mi ricordo le parole di mia mamma (molto anziana ma attenta ai fatti del mondo): mi diceva spesso che tutti questi minori non accompagnati porteranno grossi problemi. Io prendevo le sue parole come la preoccupazione di una donna di una certa età, all’antica, abituata ad un mondo molto meno complesso dell’attuale e le dicevo ottimisticamente che questi minori sarebbero stati accolti, scolarizzati, educati, pronti ad essere «nuovi italiani». Non voglio ricredermi ma perché molti di questi «minori non accompagnati» fanno i bulli, picchiano, rubano e diventano «maranza»? E perché molti «italiani di seconda generazione» seguono la stessa strada? Io non voglio ricordare i tanti episodi in cui questi «minori non accompagnati» o «italiani di seconda generazione» hanno bullizzato, terrorizzato, picchiato e rubato e mi chiedo se il sistema di integrazione non sia fallito, visti i «risultati». Non sono a priori contro l’immigrazione ma questa va gestita associando la giusta repressione (certi atti compiuti da queste bande sono inaccessibili) assieme alla doverosa educazione, altrimenti la risposta della gente sarà sempre più intollerante. Già (sul «cattivo esempio» americano) c’è qualcuno che parla di «remigrazione», come se i problemi fossero polvere da mettere sotto il tappeto. Vogliamo arrivare a quello?
Un cittadino preoccupato
Carissimo, tra Scilla e Cariddi (da un lato il rischio di sottovalutare i problemi, dall’altro di ingigantirli) la difficoltà è sempre passarci nel mezzo, restando possibilmente indenni. «Calma e gesso» direbbe Nanni Svampa. Proviamo allora a ragionare, cominciando dal nostro campo, quello delle parole. Il termine «maranza» sbuca da ogni dove, ma un conto sono i giovani che in gruppo creano disturbo e disordine, un altro coloro che spaventano, minacciano, delinquono. Per quest’ultimi la risposta di uno Stato degno di tal nome è il contenimento, la capacità di difendere il debole dall’orda, di prevenire il crimine, contrastandolo. I primi invece meritano un approccio diverso, di studio del fenomeno e condivisione di una strategia sociale, affinché il disagio - o più banalmente il desiderio di affermare la propria identità - non si trasformi in distanza irrecuperabile. Facile a parole, arduo nei fatti. Di certo però occorre evitare l’effetto che lei per primo denuncia, tentando di nasconderla sotto il tappeto e considerandola soltanto polvere.
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