Lettere al direttore

Questa società abbandona chi è fragile

Vi scrivo non per chiedere un sostegno economico o un aiuto di natura assistenziale, ma per dare voce a una realtà invisibile e dolorosa che accomuna troppe persone nel silenzio generale. A causa di una grave disabilità psicofisica, la mia vita ha subito una frattura profonda che mi ha strappato via, progressivamente, la stabilità lavorativa. Perdere il lavoro quando la malattia bussa alla porta non significa solo perdere uno stipendio: significa perdere l’autonomia, il ruolo sociale e la possibilità di reggersi in piedi sulle proprie gambe. Questa spirale mi ha portato oggi a non riuscire più a far fronte al pagamento del canone di locazione - pari a 450 euro mensili - per il piccolo monolocale in cui vivo. Di conseguenza, sono stato raggiunto da un’intimazione di sfratto. Parliamo di uno spazio angusto, dove la fragilità strutturale si scontra con la dignità dell’abitare: un bagno largo appena 90 centimetri e diverse criticità che non rispondono pienamente alle normative. Eppure, per quanto angusta e imperfetta, questa casa rappresenta oggi l’ultimo e unico tetto sicuro, l’ultimo baluardo prima del baratro della strada. Il motivo per cui affido questa mia testimonianza alle pagine del vostro giornale non è la ricerca di compassione o di elemosina. Ciò che desidero denunciare è il cortocircuito di un sistema che abbandona chi è fragile. Quando una persona affetta da una grave disabilità perde la capacità di produrre reddito a causa della propria condizione di salute, viene lasciata sola di fronte a meccanismi economici implacabili, dove la perdita della casa diventa la tragica conseguenza inevitabile di una malattia non scelta. Chi vive una disabilità psicofisica severa non chiede privilegi, ma il riconoscimento della propria condizione umana e sociale, il diritto a non essere cancellato, a non finire ai margini quando le forze vengono meno. Vi ringrazio per l’attenzione che vorrete dedicare a queste parole e a un dramma che, prima o poi, rischia di riguardare la tenuta civile dell’intera nostra comunità.

Giuseppe Andrea Motta

Castenedolo

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