Quel confine sottile tra mio e tuo
Vorrei raccontare un piccolo episodio a cavallo tra psicologia e sociologia urbana. Riguarda mia zia, settantenne arzilla, era agosto, faceva caldo. Due operai le consegnano a casa un freezer. Lo portano in cantina, lo sistemano, verificano che funzioni e se ne vanno. Tutto normale. La sera mia zia scende in cantina e si accorge che manca un’anguria. Non una fra tante, ma l’unica presente. Chiede al marito, chiede ai figli. Nessuno l’ha presa. Il giorno successivo si reca dal rivenditore e questo chiede ai propri collaboratori: «Avete preso voi l’anguria della signora Treccani?». E qui arriva la parte più sorprendente. Nessuna esitazione, nessun particolare imbarazzo: ammettono candidamente di averla presa loro. Faceva caldo, avevano fame e se la sono mangiata. Anche il titolare minimizza. Dopotutto era solo un’anguria. È questa frase che mi ha fatto pensare a quanto sia diventato labile il confine tra ciò che è nostro e ciò che è degli altri. Se vale poco, in fondo, che sarà mai?
Giulio Treccani
Gavardo
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