Quanto è prezioso portare in tempo una ciambella
Scrivo per raccontare quanto accaduto a mia figlia e a mio nipote, un bambino autistico, una mattina di agosto in un locale piuttosto conosciuto e frequentato di Manerbio. Prima di raccontare l’accaduto, sento però il bisogno di dire chi sono e perché questa vicenda mi ha particolarmente colpita. Sono insegnante di scuola dell’infanzia e sono nonna di un bambino autistico. Nel mio lavoro ho sempre cercato di entrare in relazione con le bambine e i bambini e con le loro famiglie attraverso l’ascolto e l’empatia, convinta che accompagnarsi reciprocamente sia il modo migliore per costruire percorsi di crescita solidi e rispettosi. Nel corso degli anni ho incontrato bambine e bambini con diverse fragilità e condizioni di disabilità e ho cercato, per quanto possibile, di sostenere anche le loro famiglie in un percorso non sempre semplice. Ho sempre pensato che la paura del giudizio non debba diventare un motivo per rinunciare alla vita sociale, alle esperienze e alla possibilità di vivere pienamente gli spazi della comunità. Per un bambino autistico, infatti, anche un’esperienza apparentemente semplice, come fare colazione in un bar, può rappresentare un’importante occasione di crescita. Allo stesso tempo, chi vive accanto a lui sa che alcune situazioni possono essere più complesse da gestire e richiedono attenzione, comprensione e, talvolta, semplicemente tempi e modalità adeguati. Ed è proprio questo che è accaduto quella mattina. Mia figlia ha portato mio nipote a fare colazione, come spesso fa, in un locale che conosceva e nel quale il personale era già stato informato delle sue difficoltà. Mia figlia ha chiesto, come di consueto, la sua ciambella. Come accade abitualmente, ha aspettato, tenendo d’occhio ciò che aveva ordinato. Quella mattina, però, la ciambella tardava ad arrivare. La cameriera ha continuato a servire gli altri clienti, passando più volte davanti al bambino con le altre brioche, senza portare la sua ordinazione. Mia figlia ha cercato di rassicurarlo, dicendogli più volte: «Adesso arriva la nostra ciambella». Ma la lunga attesa, proprio su una difficoltà che il bambino sta imparando gradualmente a gestire, ha finito per provocare una crisi. Mia figlia mi ha telefonato e, nel giro di circa dieci minuti, sono arrivata al locale. Durante tutto questo tempo mio nipote è rimasto a terra, urlando e scalciando, in una condizione di evidente sofferenza. Eppure, anche in quel momento, la ciambella non era ancora arrivata. È difficile spiegare quanto possa essere doloroso assistere a una situazione simile quando si sa che, con una piccola attenzione e con una maggiore consapevolezza, forse si sarebbe potuto evitare almeno in parte quel momento di difficoltà. Non si trattava di chiedere un privilegio. Non si trattava di pretendere che a mio nipote venisse riservato un trattamento diverso dagli altri. Si trattava semplicemente di conoscere una sua specifica necessità e di tenerne conto. Il personale del locale era già stato informato delle difficoltà del bambino e dell’importanza, per lui, di ridurre per quanto possibile i tempi di attesa. Quella piccola attenzione avrebbe potuto fare una grande differenza. Ed è proprio questo che mi porta a una domanda: a cosa servono le tante giornate dedicate alla gentilezza, alla disabilità, all’inclusione e alla consapevolezza sull’autismo, se poi nella quotidianità non sempre siamo capaci di riconoscere le esigenze di chi abbiamo davanti? L’autismo è una condizione di disabilità che non sempre è immediatamente visibile. Può comportare modalità diverse di comunicare, di percepire gli stimoli e di affrontare situazioni che per altre persone possono sembrare semplici. Questo non significa chiedere privilegi. Significa chiedere la possibilità di vivere la quotidianità, frequentare i locali, andare al ristorante, fare colazione, andare al cinema o semplicemente stare in mezzo agli altri. In altre parole, vivere. Perché le famiglie che affrontano ogni giorno la disabilità non chiedono di essere trattate meglio degli altri. Chiedono di poter essere trattate con rispetto, attenzione e dignità, esattamente come tutte le altre famiglie. E tuttavia, proprio in quella mattina così difficile, è accaduto anche qualcosa che desidero ricordare. Dopo l’esperienza del bar mia figlia e io con mio nipote ci siamo recati al supermercato, come da agenda anticipata a mio nipote. Anche qui purtroppo si è verificata una crisi che ha messo a dura prova me e mia figlia ma per fortuna si è avvicinata una persona che con discrezione e, con grande gentilezza, ha chiesto a mia figlia: «Hai bisogno di aiuto?». Una frase semplicissima. Eppure importantissima. Perché ci ricorda che, accanto a chi non comprende o non riesce a vedere la difficoltà dell’altro, esistono anche persone capaci di fermarsi, osservare, comprendere e tendere una mano. Nessuno di noi sa quale sarà il proprio cammino e nessuno può sapere quali difficoltà potrà incontrare domani. Forse è proprio per questo che dovremmo imparare a guardare gli altri con maggiore attenzione e meno giudizio. Ho deciso di raccontare questa esperienza perché non vorrei che rimanesse soltanto un episodio spiacevole vissuto da una famiglia. Vorrei che diventasse un’occasione di riflessione. Perché l’inclusione non dovrebbe essere soltanto una parola che celebriamo in determinate giornate dell’anno. Dovrebbe diventare un comportamento quotidiano, fatto di piccoli gesti, attenzione e rispetto. A volte non servono grandi gesti. A volte basta una ciambella. E una ciambella, quella mattina, avrebbe potuto fare la differenza!
La nonna di un bambino autistico
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