Lettere al direttore

Quando il corteo è l’ultimo spazio davvero rimasto

Seguendo quanto accaduto durante il recente corteo a Brescia e le tensioni registrate nel centro cittadino, credo sia riduttivo fermarsi alla semplice cronaca di ordine pubblico o alla conta dei disagi. Quello che si è visto in strada non è solo un problema di gestione delle piazze, ma il sintomo di una frattura profonda e di lunga data tra i cittadini e le istituzioni. Da trent’anni a questa parte, a prescindere dai colori politici dei governi che si sono alternati, chi vive la precarietà quotidiana, il carovita, i tagli all’istruzione e le conseguenze di un’economia di guerra si sente sistematicamente inascoltato. I tavoli di confronto istituzionale o le concertazioni preventive vengono spesso percepiti come vuoti rituali burocratici, incapaci di produrre soluzioni concrete ai problemi reali di lavoratori, studenti e famiglie. È anche per questo che l’astensionismo cresce a ritmi vertiginosi e che le piazze si riempiono non di bandiere di partiti - ormai percepite come distanti -, ma di simboli dal basso, collettivi e voci autonome. Quando la politica istituzionale abdica al proprio ruolo di ascolto reale, la piazza diventa l’unico spazio rimasto per tentare di farsi notare. La scelta di puntare verso la Prefettura non è un semplice atto provocatorio, ma il tentativo disperato di portare i problemi reali sotto gli occhi di chi rappresenta il governo sul territorio, anziché vederli confinati dietro transenne e cordoni di polizia. Continuare a rispondere al disagio sociale e alla protesta giovanile unicamente con la forza pubblica e le «zone rosse» non fa che allargare il fossato tra la cittadinanza e lo Stato. La vera domanda che dovremmo porci non è come blindare la città, ma perché chi ha ruoli di responsabilità continua a rifiutarsi di ascoltare chi grida il proprio disagio prima che la situazione degeneri.

Nunzio Puzzolante

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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