Ormai la politica è ridotta a fede cieca
Fino a qualche anno fa discutere di politica mi appassionava. Quando capitava (indipendentemente dal contesto), provavo a difendere un’idea, una narrazione, un punto di vista. Con convinzione, spesso con un certo coinvolgimento. Ma nello stesso tempo cercavo anche di lasciarmi «contaminare» da una riflessione, di immedesimarmi nei miei interlocutori, di osservare la questione dalla loro prospettiva. Oggi questo dibattito non mi interessa più. Ne seguo gli sviluppi, provo a decifrarne il linguaggio. Voterò (...perché l’esercizio del voto «è un dovere civico», articolo 48 della Costituzione). Ma la discussione no, quella non mi appassiona più. E il motivo è semplice: il tutto, ormai, è ridotto al puro senso di appartenenza. Perché il tuo leadericchio può mentire, insultare, dileggiare. Può schivare i colpi e sottrarsi al giudizio della legge. Può stilare un programma elettorale irresponsabile e infilarci ogni tipo di nefandezza. Può sbeffeggiare la Costituzione. Può strizzare l’occhiolino a fantasmi del passato e rinnovarne le idee. Poco importa. Una volta che sei lì, da quella parte della barricata, il livello di identificazione è tale che puoi solo infilarti l’elmetto e difendere il capo-popolo di turno. In fin dei conti niente di troppo diverso da ciò che succede in altri ambiti della società e che viene plasticamente replicato sui media. Destra-sinistra corrisponde a «vax-no vax», «Russia-Ucraina», «Israele-Palestina», «Cambiamento climatico sì - cambiamento climatico no», «Europeisti-Nazionalisti». Eccetera. È così: parli con le persone e ti accorgi che niente li scalfisce, niente gli farà cambiare idea. Una situazione che richiama una delle definizioni più conosciute nell’ambito della psicanalisi, quella dell’«identificazione primaria». È la prima fase del nostro sviluppo psichico: il primo legame, quello originario e più infantile, quello nel quale il bambino non distingue ancora chiaramente la propria identità e fonde il proprio «io» nella figura dell’altro. Secondo Freud, per la verità, il gradino successivo dovrebbe essere l’identificazione secondaria, ma per l’elettore italiano medio riconoscere un «sé» distinto dal proprio leader sembra proprio una via non praticabile. Quindi sì, credo che «politicamente» ci stiamo pericolosamente arenando nella fase dell’identificazione primaria. Ma c’è anche un’altra cosa che risulta ferma, immutabile, e che paradossalmente (almeno a parole) ancora ci unisce: rimaniamo un Paese a trazione cattolica. Peccato che le chiese, la domenica, siano sempre desolatamente vuote. Di elettori, ma soprattutto di quei sedicenti capo-popolo.
Giulio Michele Vignoni
Bagnolo Mella
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