Lettere al direttore

L’operaio morto e la parola poetica per dire «basta»

Sono una scrittrice e attivista, e desidero condividere con voi una poesia dedicata a Roberto Fontana, l’operaio di 47 anni morto in seguito al grave infortunio sul lavoro avvenuto presso lo stabilimento delle Acciaierie Venete di Sarezzo. Ho sentito il bisogno di affidare alla parola poetica il dolore per questa perdita, con un pensiero rivolto alla famiglia, ai suoi affetti e a tutti coloro che hanno condiviso con lui il lavoro e la quotidianità. La poesia nasce come gesto di vicinanza, ma anche come assunzione di responsabilità civile: dietro ogni morte sul lavoro c’è una persona, una storia, una famiglia che attende e un futuro che viene improvvisamente spezzato. Bastò un respiro per sciogliere / i legami, un’alba d’acciaio / inghiottì i suoi domani; / tra il ferro che canta e il fuoco / che divora, si spense / il suo passo nell’ombra di un’ora. / Il sangue altrove lo riporta, / dove la vita si fa soglia e porta, / e il cielo si veste di dolore. / Sarezzo trattiene il pianto nel cuore, / il lavoro tiene a corda la vita, / che prende da molli braccia / la forza infinita, verso il cupo / contiguo che rapisce / e lascia il mondo muto, / mentre tutto finisce. / Restano senza scopo i sogni incompiuti, fiori d’inverno / dal gelo abbattuti; / restano senza fiato i sensi, / gli abbracci sospesi, i giorni silenti. / Cadono ricordi / nell’incauto nulla / che compare sul viso, / una nuova sembianza / cancella il sorriso; il nome / che tra le lacrime rimane / eco che trema sulle cose lontane. / Un travagliato abbandono / crede nella morte di sognare, / il dolore non cede; le ferite stanno / un po’ più su del cuore, o più giù, / dove non giunge la voce del dolore.

Yuleisy Cruz Lezcano

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