L’insicurezza in noi conta più della sicurezza in cifre
Sulla sicurezza in città non aggiungo polemica. Nel merito non entro: la questione ha una complessità tale da escludere ogni scorciatoia. Mi limito a una osservazione di metodo. La criminalità a Brescia, quella che i numeri registrano e quella che le persone avvertono, non coincide con la malattia. Ne è il sintomo. La parte «solo» avvertita, poi, vale quanto l’altra; forse di più. Una città dove si scelgono i percorsi serali in base alla paura è già mutata, prima che qualunque statistica lo confermi. Un sintomo va letto. Domanda una diagnosi. La diagnosi manca. Il logoramento avanza lentamente, in un tempo abbastanza lungo da rendere invisibile ogni singolo passaggio. Procedono così le malattie degenerative: nessun trauma, nessuna data sul calendario, una sottrazione quotidiana e minuscola. Quel giorno la gente invoca la ronda. Reazione comprensibile. Reazione al sintomo. In mancanza di parola più precisa chiamo tutto questo «mutazione antropologica». Cambia il tipo umano che la città produce, cambiano gli usi dello spazio, le distanze fra le persone, le forme del legame. Due ordini di cause si intrecciano. Il primo è esogeno: una società in trasformazione profonda, che ha smarrito per intero la propria identità, genera insediamenti a immagine di quello smarrimento. Il secondo è locale. Ha un soggetto. Qualcuno ha voluto una città di patina. Levigata, fotogenica, da consumare nell’istante. Adatta a un selfie, a un post, a una posizione lusinghiera nelle classifiche di fine anno. Un fondale. I fondali funzionano finché l’inquadratura sta stretta. Adesso l’inquadratura si allarga. Chi quella città l’ha desiderata la guarda, fatica a riconoscerla. Gli strumenti per capire gli mancano, perché ha creduto troppo a lungo che l’annuncio valesse come opera, la vetrina come tessuto, l’evento come vita. Colpevoli non ne cerco. Una diagnosi, quella sì. La politica è il mestiere più complesso che esista. Esige studio, tempo lungo, la forza di sostenere l’impopolarità per ciò che dà frutto dopo la scadenza del mandato. Non tutti ne hanno voglia. Non tutti sono in grado.
Antonio Rubagotti
Architetto e urbanista
Caro Antonio, ha ragione su molti fronti, a partire dall’ultimo, quello della politica come mestiere più complesso che esista. Non bastasse, si sono messi pure i politici a complicare le cose, immettendo nel dibattito pubblico dosi massicce di quella droga a buon mercato, ma letale, che risponde al nome di propaganda. Se fosse soltanto questo però sarebbe comunque poca cosa. Il problema è che è aumentato esponenzialmente in noi il bisogno di sicurezza: non siamo più disposti a tollerare il rischio, ci pare enorme qualsiasi stortura, vediamo proiettato qualunque pericolo, ci lasciamo sedurre dalla narrazione ansiogena dei social. L’effetto è quello degli attacchi di panico nella singola persona: anche quando di fisiologico non c’è nulla, si sta male davvero, non per finta. Ecco perché continuare a citare l’esiguità dei numeri serve a poco o nulla. Non è la sicurezza delle statistiche che conta, bensì l’insicurezza che c’è in noi e che viene mai placata. E se questa è la diagnosi - almeno, la nostra - chiedere più forze dell’ordine o una militarizzazione della città serve a nulla, essendo più una questione da psicologi o da psichiatri.
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