Le posizioni di Mieli e il segno di un appannamento
Seguo da anni con grande interesse il dibattito pubblico del nostro Paese e, in particolare, gli interventi di Paolo Mieli, figura di cui ho sempre apprezzato l’acutezza, l’originalità e la vivacità di pensiero. Negli ultimi tempi, tuttavia, confesso di aver provato un certo disorientamento di fronte ad alcune sue posizioni espresse sui media. Mi riferisco, per fare due esempi recenti, al sostegno implicito alla candidatura di Giuseppe Conte - motivato da una pregressa esperienza come Presidente del Consiglio che, a guardare lo stato delle nostre finanze pubbliche, evoca riflessioni di ben altro segno - e alla singolare proposta secondo cui gli italiani dovrebbero imparare l’arabo per favorire l’integrazione degli stranieri. Davanti a queste sterzate logiche, che fatico a conciliare con la brillante lucidità a cui il dottor Mieli ci ha abituati, sorge spontaneo un dubbio affettuoso: non sarà che il tempo stia iniziando ad appannare quel rigore analitico che lo ha sempre contraddistinto? Scrivo al Suo giornale non per sterile polemica, ma con il riguardo che si deve a un protagonista della nostra cultura. Mi chiedo se il mondo dell’informazione, che tanto ha ricevuto da lui, non debba oggi guardare con maggiore attenzione e vicinanza a questa sua fase di percorso intellettuale, offrendogli quel supporto e quel confronto di cui, forse, mostra di avere un benevolo bisogno.
Damiano Ferrari
Brescia
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