La mia battaglia da pedone in via Giovanni Bruni
L’ironia è l’estrema ed ultima difesa degli indifesi a tutto ed a quella mi affido per raccontare questo scampolo di storia feriale ed urbana, della cui lunghezza, sopra le 60 righe, prima di tutto mi scuso. Ode al naturalista ignoto. Per una di quelle feroci contraddizioni che costellano la contemporaneità, la minuscola via la cui onomastica rende omaggio ad un naturalista, non vede un filo d’erba da almeno 50 anni. A onor del vero, in via Giovanni Bruni, sboccia e resiste un piccolo incolto, a memento e testimonianza di quella entità, sconosciuta in loco, che si chiama natura. Resiste qualche altro meritorio lacerto verde, per vedere il quale si deve alzare lo sguardo, spunto resistente di una privata memoria botanica. Allo sprezzo, cui solo le poche foglie dell’incolto di quando in quando opportunamente sterminate per non tradire lo stile vigente fanno temporaneo e felice marameo, segue l’ingiuria di un moto perpetuo dei transiti da scorciatoia (un mio vecchio direttore, nel tentativo di capire dove abitassi, ebbe un lampo intuitivo e mi confidò che quella viuzza gli serviva per aggirare qualche a me ignoto ingorgo: e così fan tutti o quasi quotidianamente), dei telefonisti di strada, che sostano selvaggiamente impegnati in interminabili conversazioni a motore acceso (benedetta aria condizionata!). Dei parcheggiatori feriali (la Domenica e le Feste comandate è altra cosa e non mi riferisco ai residenti, spesso al contrario penalizzati da questa caccia al tesoro) specialisti in estenuanti, estreme e talvolta brutali operazioni di messa a dimora purché sia della propria auto in modalità gratuita. Non esiste una segnaletica che la definisca o che la vieti, se non in un brevissimo tratto in prossimità di un edificio riqualificato in anni recenti. Dopo 50 anni che frequento la via, tornato ad abitare in città a fine Anni Dieci, mi sono impegnato, da pedone qual sono per scelta da una vita, a cercare di ottenere almeno una zona di rispetto per camminare in sicurezza. Dopo numerose email, qualche telefonata, almeno un paio di ricognizioni in strada durante i giorni di preparazione dell’ultima asfaltatura, a fine lavori è finalmente comparso un piccolo corridoio pedonale, non protetto, con sola segnaletica a terra, su di un unico lato della via. Privo di salvavita, senza segnaletica verticale, affidato quasi al solo buon cuore civile dei parcheggiatori. Non di rado dediti al solito abuso di spazio, incollando la vettura al muro e lasciando fessure attraverso le quali nemmeno un epigono di Houdini riuscirebbe a passare. In una strada di piccolissime dimensioni, a doppio senso di marcia, priva della segnaletica a terra che delimita le corsie di marcia e le segnala. Trascuro altri aspetti indotti dalla brulicante umanità motorizzata in questo spazio pubblico. Non posso però tacere di almeno una delle conseguenze più fastidiose e per certi versi pericolose (e se dovesse esserci necessità di un’ambulanza, sulla porta di accesso al condominio?): l’accesso alla casa è costantemente occupato da almeno un’automobile, spesso collocata in prossimità del portone stesso, sempre in modo tale che il malcapitato residente debba compiere esercizi yoga e contorsioni improponibili a ultrasettantenni come me ed evoluzioni impossibili quando oltre a se stesso è latore di qualche borsa della spesa. Qui non si è mai vista una pattuglia di Polizia Locale. Anzi, nei soliti 50 anni di frequentazione, ricordo due incontri ravvicinati con Agenti della Locale, nessuno impegnato in servizi di verifica del traffico. Che dire? Laudato si’, e mi fermo all’angolo di via Carini, senza svoltare a sinistra, perché il Calvario del pedone evocherebbe esperienze quotidiane limite, risalendo verso il Centro, sia lungo via Callegari e fino a Piazzale Arnaldo (passando davanti al Centro «Paolo VI»: di nuovo Laudato si’), sia lungo via Martinengo da Barco. Le cui stazioni diffuse iniziano con angoli ciechi, nei pressi dei quali svoltare è una scommessa in gran parte del centro storico, dove spesso l’agguato di enormi fuoristrada, per i quali la viabilità in corso non fu certo progettata, costringe a repentini balzi di lato. Camminare per credere. Quanto a te, don Giovanni Bruni, «alpinista e naturalista», una prece: se sono rose, fioriranno. Qui, però, l’esperienza insegna che nemmeno il fogliame incolto ha lungo destino. Dunque, ti chiedo scusa a nome e per conto di una umanità immolata sugli altari del cemento, dell’asfalto e della vera divinità dei tempi e del luogo, la machina, senza deus. Appunto. Perché il vero Dio dei tempi (e dei luoghi) è lei.
Giordano Mariani
Brescia
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