La giustizia va difesa dalle pressioni
Leggo sul giornale una lamentela per il presunto silenzio dell’Unione delle Camere Penali Italiane rispetto al provvedimento con cui il Gip di Milano non ha convalidato il fermo di Youssef Siher e ha respinto la richiesta di custodia cautelare. Quel silenzio, in realtà, non vi è stato. La Giunta dell’Unione delle Camere Penali, con un comunicato pubblicato in data 29 ottobre, ha espresso preoccupazione per le reazioni politiche, spesso scomposte e sprezzanti, che hanno accompagnato una decisione giudiziaria assunta nell’esercizio delle attribuzioni proprie del giudice. In quel comunicato abbiamo ribadito che il giudice non è chiamato a confermare automaticamente le prospettazioni dell’accusa, né a soddisfare le aspettative dell’opinione pubblica. Il suo compito è verificare, sulla base degli atti, la consistenza degli indizi e la sussistenza dei presupposti cautelari, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. In questo caso, il Gip ha ritenuto insussistenti, allo stato, tanto i gravi indizi di colpevolezza quanto il concreto pericolo di fuga. Una valutazione che non delegittima affatto il lavoro degli investigatori e delle forze dell’ordine, ma rappresenta il normale funzionamento dello Stato di diritto. Le decisioni dei giudici possono naturalmente essere criticate e, soprattutto, impugnate nelle sedi previste dall’ordinamento. Ben diverso è rappresentare il giudice come un ostacolo alla sicurezza solo perché non ha aderito alle richieste della pubblica accusa. Così facendo, si rischia di snaturarne il ruolo costituzionale e di sottoporlo a pressioni incompatibili con la sua autonomia. La posizione dell’Unione delle Camere Penali è, del resto, coerente e non unilaterale. Alla doverosa difesa dell’indipendenza della giurisdizione corrisponde l’altrettanto necessario richiamo alla riservatezza e alla continenza espressiva di chi esercita funzioni giudiziarie. L’indipendenza non deve soltanto esistere, ma anche apparire tale. Per questo, l'esibizione di personali appartenenze o convinzioni politiche da parte dei magistrati rischia di alimentare dubbi nell'opinione pubblica sull'imparzialità della funzione. L’indipendenza e la terzietà del giudice sono valori essenziali della democrazia liberale. Come ci ha insegnato Piero Calamandrei, non basta che il giudice sia imparziale: è necessario anche che appaia tale agli occhi dei cittadini. Questi valori vanno preservati da ogni condizionamento esterno, ma anche da comportamenti di chi esercita la giurisdizione che possano comprometterne la credibilità, nel reciproco rispetto dei confini istituzionali.
Andrea Cavaliere
Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane
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