La differenza tra la pena giusta e l’inferno
Caro Massimo, oggi non ho risposte ma soltanto domande e uno strazio che fatica persino a trovare voce, perciò una lettera la scrivo io e vorrei che a rispondere fossi tu, che sei stato capo redattore al nostro Giornale e conosci bene anche la realtà del carcere, prestandovi da anni opera di volontariato. Faccio una premessa: l’argomento non è dei più popolari, tutt’altro. Come si fa però a stare in silenzio, a fare finta di nulla, leggendo di una ragazza di appena vent’anni che in carcere si è tolta la vita. Convegni, assemblee, studi, pagine di giornale, eventi, petizioni... Ci si ritrova sempre al punto e a capo. Cosa possiamo fare allora Massimo, da cittadini, da lettori e lettrici, per cambiare le cose davvero, affinché la pena sia giusta, ma non un inferno?
Giorgio Bardaglio
Caro Giorgio, direttore, hai ragione: non possiamo rimanere in silenzio. Anche se la storia di una ragazza che a vent’anni si toglie la vita lascia tutti senza voce. E ci lascia nel cuore molte più domande - e infinitamente più profonde - della inutile manciata di risposte che spesso ci portiamo in tasca. Questo succede ogni volta che ci troviamo di fronte al gesto disperato di una persona e all’abisso delle sue fragilità. E succede ancora di più quando questo accade dentro un carcere, che è luogo nel quale una persona viene «presa in custodia» dallo Stato. Cioè da tutti noi. Dietro le sbarre quel gesto disperato ha lasciato un segno profondo. Lo ha lasciato tra le compagne della sezione femminile di Verziano, che nei giorni del suo ingresso in carcere hanno accolto questa ragazzina spaventata come farebbe una mamma. E lo ha lasciato fra i tatuati di Canton Mombello, che in sezione accennano alla cosa con parole scarne e occhi sfuggenti. Pensando a chi negli anni, dentro una cella, è saltato nello stesso abisso. Il carcere racchiude - rinchiude - una umanità fragile. Che ha spesso sbagliato. Che non sempre trova da sola la strada per cambiare direzione. Che a volte sa che sta pagando per una sentenza giusta e altre sente su di sé il peso di una ingiustizia. Una umanità fragile eppure una umanità piena. Con gli stessi affetti, le stesse delusioni e le stesse speranze che viviamo noi fuori. Il desiderio di rivedere i propri cari, la domanda di un lavoro, il progetto di un futuro più chiaro. Gli occhi di quegli stessi tatuati si inumidiscono - proprio come i nostri - quando ad esempio raccontano del recente incontro col figlio che non vedevano da mesi o da anni. Per quella umanità - mi chiedi, ci chiediamo - noi cittadini cosa possiamo fare? Si dice che problemi complessi non accettino soluzioni semplicistiche, ed è così. Eppure qualcosa in campo c’è. Basta pensare ai mille enti e alle mille realtà di volontariato impegnati anche a Brescia dietro le sbarre (Carcere e territorio, Volca, Caritas, Uisp... ma ne dimentico sicuramente). Basta pensare alle tante aziende e alle cooperative che fuori dal carcere affiancano chi esce nella non semplice ricerca di una casa e di un lavoro. Tante eppure mai abbastanza. Ognuno può dare una mano. Ma forse il passo più importante che ciascuno di noi può compiere è - prima di ogni altra cosa - un cambio di mente e di cuore: sapere che la chiave di quelle carceri le ha in mano lo Stato, che cioè le abbiamo in mano noi. Tutti noi. Sapere che la cosa ci riguarda. Come cittadini e come persone. E che invece di buttar via la chiave dopo aver chiuso le sbarre dovremmo guardare a quella umanità faticosa e affaticata che abbiamo «preso in custodia» come a una umanità piena. La stessa umanità piena e fragile della ragazza di Verziano il cui gesto oggi ci lascia più domande che risposte, ma di fronte al quale - come dici tu - non possiamo stare in silenzio. Massimo Lanzini direttore del mensile «Zona 508» edito dall’Ass. carcere e territorio
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