I cattolici e quella presunta patente di democraticità
Ho letto il contributo di Monica Canalis, curatrice del volume «50 ritratti del cattolicesimo democratico», pubblicato nei giorni scorsi dal vostro giornale dal titolo «I cattolici devono tornare ad occuparsi di politica». La curatrice del volume, consigliere regionale del Piemonte per il Partito Democratico, ripercorre la storia di 50 persone che hanno contribuito con la loro vita e la loro formazione cristiana a testimoniare nella società la cultura del cattolicesimo cosiddetto democratico. Un interessante spunto di riflessione che permette certamente di conoscere più da vicino personalità della cultura e della politica del calibro di Giorgio La Pira, Benigno Zaccagnini, Tina Anselmi, Konrad Adenauer e tanti altri. Ad un certo punto dell’articolo la curatrice del volume afferma che «non tutti i cattolici sono Cattolici democratici. Non lo sono i cattolici conservatori né i cattolici massimalisti. I Cattolici democratici infatti guardano al centrosinistra e sono riformatori nel metodo e nella mentalità...». Una frase che ho letto e riletto più volte al fine di trovare il significato più profondo. A parte il fatto che non capisco il senso di utilizzare la «C» maiuscola davanti a «Cattolici democratici» e la «c» minuscola davanti al semplice «cattolici», come se appartenessero, questi fantomatici «Cattolici democratici» ad una cerchia eletta superiore e illuminata rispetto al resto dei cattolici. Ma non è certo questa la questione rilevante. Il tema davvero importante è un altro. Secondo la consigliera PD esisterebbero quindi dei cattolici non democratici. Cattolici, secondo il suo punto di vista, che evidentemente hanno una visione della società che va oltre le regole democratiche. Aggiunge altresì che i «Cattolici democratici» guardano al centrosinistra e sono riformatori nel metodo e nella mentalità. Ne dobbiamo quindi dedurre che i cattolici che votano centrodestra o altro non sono democratici e tantomeno riformatori... Mi chiedo, sulla base di quale titolo, autorevolezza, analisi o posizione si permette costei di dare la patente di democratico o antidemocratico? Di sezionare il mondo cattolico in democratico e non democratico, di dividere i cattolici in gruppi e gruppetti a seconda della collocazione politica. Probabilmente la consigliera non sa o non ricorda che il termine cattolico ha un significato preciso che deriva dal greco antico katholikós, che significa letteralmente «universale». L’esperienza dei cattolici italiani impegnati in politica nell’ultimo secolo è una storia complessa e articolata, ma sempre inserita nel solco della democrazia. Raccontarla in questo modo non fa onore al mondo cattolico (e tantomeno alla politica) che è molto di più di queste etichette spesso utilizzate in modo strumentale a uso e consumo di gruppi organizzati di potere o all’interno di determinati partiti per farsi pesare e avere un ruolo. Più che dividere i cattolici tra «democratici» e no, varrebbe la pena ricordare ciò che Paolo VI scriveva nel 1971: «Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi», e proprio per questo chiedeva «uno sforzo di reciproca comprensione per le posizioni e le motivazioni dell’altro», perché «ciò che unisce i fedeli è più forte di ciò che li separa».
Emanuele Busi
Botticino
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