Figlio di contadini, ora l’agricoltura non la riconosco più
Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, durante l’assemblea dei suoi associati, svoltasi al Palacongressi di Brescia il 21 maggio 2026, tra le altre cose ha definito «la nostra zootecnia la più sostenibile del mondo»; mi pare evidente che la zootecnia sia strettamente collegata all’agricoltura, perciò quella valutazione vale anche per essa. Non sono d’accordo e cercherò di spiegare perché. Sono un anziano, figlio di agricoltori, e ho lavorato anch’io nella nostra piccola azienda per molti anni, dando una mano ai miei genitori e a mio fratello, pertanto conosco molto bene la nostra zona che abito e frequento da sempre. Posso testimoniare i grandi cambiamenti avvenuti nei nostri territori negli ultimi 70 anni, in particolare nella pratica agricola, e mi pare che di «sostenibile» in essa, ora, ci sia ben poco. Il passaggio dall’agricoltura contadina a quella industriale ha distrutto il tessuto naturale delle nostre campagne. Questo è dovuto all’uso di macchinari sempre più grandi e pesanti che schiacciano i terreni rendendoli sempre più difficili da lavorare e, spesso, poco produttivi; alla distribuzione abnorme di sostanze chimiche nei campi, sulle ripe di fossi e strade e perfino nei dugali; alla presenza di moltissimi grandi allevamenti. Gli alberi sono quasi spariti del tutto; i corsi d’acqua sono visti come canali da utilizzare per l’irrigazione e, spesso, cementificati o imbrigliati in canalette di cemento armato, con le conseguenze che si possono ben immaginare sulla naturalità di quei corsi d’acqua. Insieme agli alberi sono sparite, dalle nostre campagne, centinaia di specie di animali: insetti, uccelli, rettili, anfibi, molluschi e pesci. Io ricordo la ricchezza, la varietà, la bellezza delle innumerevoli colture e delle variegate forme di vita che abitavano i nostri campi e i nostri corsi d’acqua negli anni della mia infanzia, fanciullezza, giovinezza. Certo la vita allora per noi era dura, «...eravamo povera gente» (prendendo a prestito il titolo di un libro di successo), ma credo che ci possa e ci debba essere un «progresso» che favorisca sì l'economia e il benessere, ma che ciò debba avvenire nel rispetto della natura e degli altri esseri viventi. Concludo con una riflessione del tutto personale e piuttosto amara: non vado più a passeggio in campagna o lungo il fiume Chiese, come ho fatto per molti anni in passato, perché lo spettacolo che vedo mi angoscia. E temo che, dopo le sparizioni che ho elencato, prossimamente potrebbe toccare anche a noi.
Fulvio Rosa
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