Cosa c’è davvero oltre tanto silenzio ed obbedienza
In questi giorni abbiamo celebrato la festa di San Camillo de Lellis e il mio pensiero è andato alle suore camilliane che prestano servizio nella mia parrocchia, presso la Casa di Riposo San Giuseppe di via Milano, ma anche - e soprattutto - alle suore camilliane che, per tanti anni, hanno lavorato nella Clinica San Camillo di via Turati. Confesso che questo pensiero è accompagnato da un sentimento di amarezza e di tristezza. Per quasi un secolo quelle religiose hanno servito con dedizione la nostra città, curando con competenza e carità migliaia di malati. Molti sacerdoti, religiosi e religiose della nostra diocesi hanno trovato in quella casa non solo cure, ma anche accoglienza, attenzione e familiarità. Io stesso ho beneficiato, più volte, della loro premura e della loro carità. Ripensando a due tradizioni devozionali attribuite a San Camillo - quella del santo che avrebbe raccomandato di venerare anzitutto il sacerdote che aveva appena celebrato la messa e quella che lo descrive inginocchiarsi o baciare la terra dopo il passaggio di un sacerdote - mi nasce spontanea un’immagine. Ho l’impressione che anche queste suore, nella vicenda che ha interessato la loro clinica, abbiano vissuto qualcosa di analogo. Si sono inchinate. Si sono inginocchiate. Hanno obbedito. Hanno accolto decisioni maturate da altri con quello spirito di umiltà e di carità che appartiene al carisma di San Camillo. Penso a tutti coloro che, a diverso titolo, hanno avuto responsabilità in questa vicenda: autorità ecclesiastiche, autorità civili, direttori sanitari, responsabili della congregazione religiosa, amministratori e quanti sono stati chiamati a discernere e a decidere. Nella mia immaginazione vedo ancora quelle suore inginocchiate, con la fronte appoggiata alla terra, quasi a ricordare che l’obbedienza, quando è autentica, sa passare anche attraverso il sacrificio, l’abnegazione e il silenzio. San Camillo ripeteva ai suoi religiosi: «Più cuore in quelle mani». E non posso fare a meno di domandarmi se, nel momento delle firme che hanno sancito la vendita e l’acquisizione della Clinica San Camillo di via Turati, quelle mani siano state guidate anche dal cuore. Ma insieme a questa domanda ne affiora un’altra, forse ancora più delicata. Le suore camilliane hanno potuto vivere questo passaggio nella piena libertà del loro discernimento? Hanno potuto esprimere fino in fondo la loro parola, il loro sentire, la loro esperienza maturata in tanti decenni di servizio? Oppure il peso delle responsabilità delle varie autorità istituzionali, religiose, civili ed economiche ha finito, almeno in parte, per restringere gli spazi della loro libertà? Non conosco la risposta e non intendo formulare giudizi. Credo però che questa domanda meriti di essere posta, perché l’obbedienza evangelica non può mai essere confusa con una semplice rinuncia alla propria coscienza, né dovrebbe dispensare chi decide dall’ascolto sincero di chi ha donato una vita intera a un’opera come quella della Clinica San Camillo. Rimane, infine, un’altra domanda. In tutta questa vicenda, qualcuno ha trovato il tempo di fermarsi davanti a queste religiose? Qualcuno si è domandato che cosa stessero vivendo, quale dolore portassero nel cuore, quale prezzo umano e spirituale stessero pagando dopo aver consacrato un’intera vita al servizio dei nostri malati? E soprattutto: qualcuno si è chiesto quale sarà il loro futuro più immediato? Naturalmente le stesse preoccupazioni e gli stessi interrogativi valgono anche per tutti i lavoratori di quella struttura sanitaria: medici, infermieri, operatori socio-sanitari, ausiliari, manutentori e personale amministrativo. Anche loro meritano riconoscenza, ascolto e accompagnamento, perché, insieme alle religiose, hanno fatto della Clinica San Camillo un luogo di cura e di autentica umanità.
Don Massimo Toninelli
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