Bene l’articolo, male l’immagine. State più attenti
Mi chiamo Renata, ho 37 anni e sono sposata con Alessandra. Non più di un paio di anni fa, ad Ale è stata diagnosticata la sclerosi multipla. Una malattia che fa più paura a nominarla che a viverla. Alessandra si è adattata a questo nuovo «compagno di viaggio» e ha sempre avuto la forza di trovarne i lati positivi. Scrivo questo breve preambolo perché vorrei sollecitare un’attenzione maggiore all’uso negativo e poco dignitoso che, purtroppo, viene ancora fatto nei confronti dei malati di sclerosi multipla. A parole si descrive una patologia che ha sì un potenziale degenerativo, ma che è al contempo personale e soggettiva. Si parla spesso di una migliore qualità della vita, eppure non si lesina mai nel raccontare quanto la paura primaria di una persona a cui viene diagnosticata la Sm sia quella di finire su una sedia a rotelle. Mi chiedo, allora: non è forse in nostro potere provare a eliminare quelle immagini? Penso al vostro articolo sul GdB o al bellissimo servizio di «Obiettivo Salute» con il Presidente di Aism Brescia e lo staff del centro di Montichiari: sono state dette parole positive e «curative», ma purtroppo supportate da immagini per nulla inerenti. Mi dispiace molto, perché credo che già ogni malato debba fare i conti, ogni giorno, con il terrore della degenerazione e con gli incubi di un corpo che a volte non senti più tuo. Non trovo dignitoso che, a tutto questo, venga addossata anche una comunicazione visiva retorica, destinata solo ad alimentare un’audience fatta di pietismo. Anche perché chi siamo noi per giudicare la vita di una persona disabile? Il più delle volte quella carrozzina è segno di una vita ricca di potere, forza, coraggio. Spesso dietro una sedia a rotelle vive un individuo che ha saputo apprezzare la vita meglio della stragrande maggioranza del paese e allora perché nel 2026 riusciamo a cadere in questa bassezza emotiva? Sapendo che le rivoluzioni partono da dolci gesti e con la speranza che ci si possa migliorare come esseri umani.
Renata
Cara Renata, la sensibilità non si impone, alla sensibilità ci si educa. Senza girarci attorno: grazie, ci ha dato una lezione. Ne faremo tesoro. Un abbraccio, a lei e ad Ale.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia


