Affittare a canone equo? Ecco come diventa una colpa
Scrivo queste righe per condividere un’esperienza vissuta dalla mia famiglia, una situazione che purtroppo so accomunare molti proprietari di immobili. Qualche tempo fa, avevamo deciso di affittare la nostra storica casa di famiglia, situata nella zona di via Veneto. Nonostante la storicità dell’edificio e l’appartenenza a un’area con un’aliquota Imu tra le più alte, avevamo scelto di proporre un canone equo e accessibile di 550 euro al mese. Purtroppo, il rapporto di locazione si è rivelato estremamente problematico. A un certo punto, l’inquilina ha smesso del tutto di versare l’affitto. Questa situazione, protrattasi fino alla risoluzione del contratto, si è tradotta in un gravoso elenco di mancati redditi e spese impreviste per la nostra famiglia: oltre 5.100 euro di morosità per canoni e oneri non pagati, come accertato in sede di convalida dello sfratto; oltre 1.200 euro di solleciti per utenze idriche insolute, che il gestore ha minacciato di addebitare a noi proprietari; migliaia di euro di spese legali per avviare e concludere la procedura di sfratto; il pagamento integrale della pesante imposta Imu per tutto il periodo in cui l’immobile è rimasto occupato senza produrre alcun reddito; decine di migliaia di euro spesi successivamente per risistemare l’appartamento una volta che ne siamo tornati in possesso. Come se questo bilancio non fosse già abbastanza pesante, di recente è arrivata l’ennesima, paradossale richiesta: una lettera dell’Agenzia delle Entrate che ci impone di pagare oltre 200 euro per la registrazione dell’atto giudiziario che certifica come noi siamo la parte lesa. Si tratta peraltro di un credito che non abbiamo alcuna reale garanzia di recuperare, dato che l’ex inquilina risulta ufficialmente senza un’occupazione. Durante questa vicenda, ci eravamo anche rivolti al Comune. L’Amministrazione, a cui spetterebbe la gestione dell’edilizia popolare per le fasce in difficoltà, ci ha invece proposto delle mediazioni a nostro netto svantaggio: ci è stato offerto un contributo comunale a patto di rinunciare allo sfratto e fare un nuovo contratto, oppure in cambio della nostra disponibilità a rinviare la liberazione dell’immobile di ulteriori sei mesi. Il tutto, ovviamente, senza proporre alcuno sconto sulle tasse di proprietà. Oggi ci si interroga spesso sull’emergenza abitativa e sul perché molte case restino sfitte. La nostra esperienza offre una risposta concreta: di fronte a questi rischi, alla totale assenza di tutele e ai continui oneri burocratici e fiscali, il proprietario si trova costretto, come è successo a noi, a dover raddoppiare il canone di affitto per poter assorbire le perdite subite. E questo dispiace profondamente, soprattutto quando l’intenzione iniziale era semplicemente quella di offrire un alloggio onesto a chi ne aveva bisogno.
Lettera firmata
Carissimo, senza bisogno di panegirici, di studi, analisi, teorie, lei spiega la ragione principale del mancato incrocio tra domanda e offerta, tra chi ha necessità di una casa e chi invece preferisce tenerla vuota. Lo scriviamo senza timore di smentita. Leggi e stanziamenti serviranno a poco o nulla se continueremo ad ignorare quello che è l’elefante al centro della stanza: la mancanza di fiducia. Fiducia da parte dei proprietari che il proprio investimento non venga dissipato e che l’inquilino, così com’è entrato, poi effettivamente esca. È qui che lo Stato (il «pubblico», in senso lato la comunità) deve giocare la propria partita, facendo da garante affinché entrambe le parti siano tutelate, senza dare per scontato che una sia più debole dell’altra. Poiché è vero che l’affittuario solitamente ha meno possibilità del proprietario, tuttavia il principio giusto finisce per alzare una barriera che nella pratica crea un’ingiustizia. E a perderci, quando c’è un’ingiustizia, sono sempre i deboli, mai i prepotenti o gli sfacciati. La sua lettera lo conferma.
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