Quel «riciclo e riuso» che salvò tanti capolavori dell’antichità

La stampa oscurò i manoscritti, che divennero materiale per le rilegature. Diversi esempi anche negli archivi della Biblioteca Queriniana
Giancarlo Petrella
Un frammento del «Corpus iuris civilis» scarabocchiato
Un frammento del «Corpus iuris civilis» scarabocchiato

C’è stato un tempo nel quale manoscritti liturgici, breviari, codici giuridici e persino manoscritti miniati furono impiegati come materiale di scarto. Non più utili, antiquati. Resi inutilizzabili dalle rivoluzioni nel frattempo intercorse nella storia del libro: da ultima l’invenzione dell’ars artificialiter scribendi, la tecnica della stampa perfezionata da Gutenberg e socii a Magonza negli anni Cinquanta del XV secolo. Non subito, ma nel giro di alcuni decenni, ecco allora che migliaia di manoscritti persero la loro attrattività e utilità. I libri a stampa erano più economici, più affidabili e facili da reperire e consultare.

Salvati dal riuso

I manoscritti divennero allora merce di retroguardia. Pertanto da buttare. Ma la pergamena con la quale molti erano confezionati era oltremodo preziosa, e costosa. Ragione per cui finirono, loro malgrado, coll’entrare nel circuito dell’economia circolare. Venduti a peso e riutilizzati da cartolai e rilegatori per gli usi più disparati: coperte per ricoprire i piatti lignei esterni di un volume, controguardie, semplici rinforzi, dopo essere stati ridotti letteralmente a brandelli per essere impiegati tra i nervi della cucitura. Con un paradosso. Fu proprio questo riuso a salvare dalla distruzione totale, di cui non resta invece traccia, frammenti di manoscritti anche preziosissimi per la storia della scrittura e la circolazione dei testi in età medioevale. I manoscritti, cartacei e pergamenacei, che non passarono per questo riuso andarono del tutto perduti.

Una copertina realizzata con la pagina di un Breviario del ’300
Una copertina realizzata con la pagina di un Breviario del ’300

Lo studio di questi frammenti rappresenta acquisizione recente della codicologia. Anche la Biblioteca Queriniana ha il suo fondo di frammenti e la sua tradizione di studi, avviata nel 2002 da Paolo Maria Galimberti. Sul tema è tornato ora Fabio Giarelli nell’articolo «Riscoperta e valorizzazione del fondo Frammenti Manoscritti della Biblioteca Queriniana di Brescia» pubblicato in quella miniera di inesauste informazioni rappresentata dalla rivista Misinta (n. 65, giugno 2026, pp. 39-50).

Non si dimentichi, innanzitutto, che il più antico testimone manoscritto conservato presso la Biblioteca Civica Queriniana è proprio un frammento. Alludo al bifolio pergamenaceo databile al V secolo che tramanda i Testimonia ad Quirinum di S. Cipriano vergato in scrittura onciale su due colonne. Si salvò perché fu impiegato come materiale di rinforzo nella legatura di un rituale del 1438 appartenuto al monastero di Santa Giulia da cui fu recuperato a fine Ottocento.

Tesori bresciani

Sono circa una cinquantina i frammenti Queriniani. Diversi per dimensioni, origini, provenienze. Tra questi un foglio ebraico, in scrittura ashkenazita del XIII secolo, contenente il commento al Talmud di uno dei più illustri commentatori della Bibbia ebraica. Né deve stupire. I frammenti ebraici sono tra i più diffusi, in ragione delle persecuzioni, roghi, sequestri cui andarono incontro le comunità ebraiche. A patire furono anche le loro biblioteche, di cui spesso questi fogli sono tutto ciò che resta. Anche i manoscritti miniati non andarono esenti da tale pratica.

Ne fa fede un messale medievale diviso in due frammenti usati nel tardo Cinquecento come controguardie di un commento liturgico-teologico alla Messa stampato nel 1576. Da uno dei due frammenti ancora si affaccia un’iniziale miniata su foglia d’oro con decorazione vegetale. Altrettanto interessante è il frammento, databile all’XI secolo, di una Bibbia latina vergata in elegante scrittura carolina, l’antenata, sostanzialmente, della scrittura che tutt’ora impieghiamo.

Alcuni di questi frammenti furono raccolti e pionieristicamente indagati già nel secolo scorso da Paolo Guerrini, che della Queriniana fu bibliotecario prima dell’allontanamento coatto imposto dal regime fascista. Tra i frammenti del Fondo Guerrini compaiono le due testimonianze forse più curiose: un frammento di antifonario miniato del secolo XV, riutilizzato come coperta, sul quale un anonimo possessore non si fece scrupolo a segnare calcoli e numeri in colonna. E un frammento trecentesco del Corpus iuris civilis, anch’esso riutilizzato come coperta, dal quale si affacciano, nello spazio tra le due colonne di scrittura, due volti scarabocchiati da un altro lettore destinato a non rivelare il proprio nome. Piccole storie di frammentologia.

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