Il mio nome è Antonietta, Antonietta Portulano. Pochi lo ricordano e ricordano la mia triste storia. Sono nata a Girgenti, in Sicilia, nel 1871, da Don Calogero e Maria Stella Piccolo. Mia madre morì nel darmi alla luce perché mio padre era a tal punto accecato dalla gelosia da non tollerare che un uomo, seppure medico, la potesse toccare. Venni al mondo con questo peso, più grande di me. Bellezza e ricchezza furono le doti con cui venni offerta in sposa a Luigi, Luigi Pirandello.
Un patto tra uomini che decidevano del destino delle donne di famiglia come della vendita di un animale o di una miniera di zolfo. Avevo vent’anni e lui ventiquattro. Finimmo vicini come i libri sopra una mensola: nel posto che altri avevano scelto per noi. Gli ho dato tre figli, la mia giovinezza, la mia casa, i miei averi e una dedizione assoluta.
Mi aveva scritto: «In me son quasi due persone. Tu già ne conosci una; l’altra, neppur la conosco bene io stesso. Quale dei due amerai di più, Antonietta mia? In questo consisterà in gran parte il segreto della nostra felicità». Forse la mia mente si spezzò proprio nel tentativo di cercare di fidarmi di entrambe. Eppure quella mente ferita fu il dono più prezioso che gli feci: ne trasse la materia delle opere che lo resero immortale.
La mia follia divenne teatro, il mio dolore letteratura. Io e i miei figli restammo nell’ombra, dietro le quinte di un palcoscenico destinato a portare soltanto il suo nome. I medici scrissero che soffrivo della «sindrome di Otello». Nessuno di loro tornò a guardare cos’era acceduto nella stanza in cui venni al mondo, già orfana di madre. Quando la miniera di zolfo si allagò e perdemmo tutto, le mie gambe si paralizzarono. I medici parlarono di isteria. Il corpo aveva capito, prima della mente, che avevo perso il mio passaporto per la vita.
Nel gennaio del 1919 Luigi mi fece ricoverare a Villa Giuseppina, una casa di cura per malattie mentali, a pochi passi da casa nostra. Lo avevo accusato di incesto con la nostra Lisetta. Il mio Stefano combatté fino all’ultimo per impedirlo. Ma allora le decisioni dei mariti avevano il peso della legge. Non ne uscii più, nemmeno quando mi venne proposto. In quelle stanze compresi ciò che mi soffocava e lo scrissi: alla donna siciliana era chiesto di essere soltanto una mater dolorosa, senza dignità, senza spazio per sé se non il servire.
Alla morte di Luigi, nel suo appartamento di via Bosio, trovarono, ovunque, fotografie di Marta Abba, la sua passione tardiva. Più numerose di qualsiasi ricordo di me o dei nostri figli. Ma l’ossessione amorosa di un premio Nobel diventa motivo di celebrazione; quella di una moglie, figlia di genitori gelosi, diventa motivo di reclusione. Le eredità invisibili cambiano forma, non sostanza.
Mio padre, che ebbe altri figli da una serva, non lasciò vivere mia madre. Luigi non lasciò vivere me. Non riconobbe il talento pittorico di Fausto, trattenne quello letterario di Stefano sotto il peso del suo cognome. E Lietta, la mia unica figlia, svanì nell’oblio. Non so se ho sanato il mio albero. So che non accettai mai la separazione legale. Fino all’ultimo mi firmai Antonietta Pirandello, nata Portulano. Due nomi, due storie che non volli mai dividere.
Sceglierne uno avrebbe significato cancellarmi laddove neppure quarant’anni di reclusione, di maschere e di silenzi erano riusciti a farlo. Sono ricordata come il lato oscuro nella biografia di un grande letterato. Ma le oscurità possono essere percepite soltanto laddove vi è luce e la mia, come vedete, ancor oggi si rifiuta di essere spenta.




