Avevano diciott’anni Sarah e Robert, quando si incontrarono negli anni Ottanta e si innamorarono sul set del film Firstborn. Due mesi dopo già vivevano insieme. La loro vita, apparentemente favolosa, era in realtà insidiata dai demoni della droga e dell’alcol che tenevano in pugno Robert. Sarah Jessica Parker tentava invano di aiutarlo, recuperandolo in giro di notte e trascinandolo il mattino sul set; il talento di Robert Downey Jr. era innegabile e lei non sopportava di vederlo naufragare in un oceano invisibile, aggrappato a un timone spezzato.
«Le scelte più grandi e difficili in questo tipo di relazioni consistono nel trovare il coraggio di andarsene, anche se pensi che l’altro morirà» racconta l’attrice che vegliò su Robert per sette anni prima di comprendere che, oltre a non poter aiutare chi non vuole essere aiutato, lei si stava prosciugando e ritardando, al contempo, il momento della verità e della possibile svolta dell’amato. «Dovevo restituirlo a se stesso. Il libero arbitrio non è forse il dono più prezioso e la nostra più grande responsabilità? Nulla può infrangerlo. Nemmeno l’amore».
Quando Sarah lasciò Robert, il dolore bruciante della separazione generò una crepa dalla quale iniziò a trapelare un raggio di luce, destinato a illuminare la vita di entrambi. Sarah, in seguito, incontrò l’attore Matthew Broderick, con il quale coronò il sogno di una famiglia felice.
Robert scivolò sempre più giù, conoscendo arresti e prigione, prima di scegliere, all’età di trentotto anni, un percorso di disintossicazione che lo portò a ricostruirsi, a creare una famiglia solida e a diventare il grande attore che conosciamo oggi.
Al giro di boa dei cinquant’anni, i due decisero di chiudere il cerchio con una cena a New York dove, fra sguardi consapevoli e pace ritrovata, Robert mostrò a Sarah con gratitudine l’uomo nuovo e sano che era diventato.
C’è poco da fare: il cambiamento profondo sgorga solo dalle sorgenti della nostra interiorità. Lasciar andare chi non è pronto a guarire è un atto di maturità emotiva e rispetto, necessario per restituire a entrambi il proprio destino.
Tentare di aggiustare qualcuno a tutti i costi non solo è inutile, ma rischia di svuotarci e di farci perdere di vista il nostro valore. Un legame maturo affonda le radici nel supporto reciproco verso la vera guarigione, quella che inizia quando smettiamo di proteggere le rotte altrui e iniziamo a governare il nostro centro di deriva. L’unione più vera non è forse quella che permette alle anime di evolvere, procedendo ognuna da sola verso la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità per le proprie azioni?
La crescita fiorisce nell’individualità; in coppia ci si ritrova per risonanza, dischiudendo uno spazio in cui i monologhi si trasformano in dialoghi aperti, magari simpaticamente corroborati dall’ironia. Spegnere il faro è dunque un atto di coraggio. È dare all’altro la possibilità di uscire dalla notte delle paure e delle scelte infelici. È permettergli di procedere da solo alla scoperta di sé. Spegnere il faro è amore che, fattosi buio, permette alla luce di riscoprirsi.




