Non posso amare, è una promessa che mi porto dentro

«Non ti amo, ma quando mi sveglio ho subito voglia del tuo profumo. Non ti amo, ma quando non ci sei mi manca tutto di te: le tue carezze, il tuo sguardo, il nostro ridere insieme. Non ti amo, ma vorrei che tu fossi qui, adesso, per abbracciarti e starmene avvolto attorno al tuo corpo. Non ti amo, ma quando sei parte della mia vita mi sento profondamente bene, le persone che incontro diventano più gentili e quando l’antico dolore trasuda dalla mia corazza, mi basta parlarti per sentirlo sciogliersi in un sorriso. Non ti amo, ma la tua presenza ha sconfitto la mia solitudine.
Non ti amo, ma nei ricordi più belli ci sei sempre tu. Non ti amo, ma ogni volta che mi sfiori mi perdo in una dimensione di intima pace e l'energia che si sprigiona fra di noi è estasi pura. Non penso dipenda da te, ma succede solo con te. Io non posso amare, è una promessa che mi porto dentro. Chi ama soffre e io non voglio soffrire. Al centro del mio universo ci sono solo io. E la mia corazza. Non me la posso togliere perché non voglio che la vita sia diversa da come la voglio io e finché starò lì dentro, la realtà mi arriverà come un suono attutito e sordo, e non farà mai troppo male. Non voglio amarti, non posso perdermi nel nostro amore, sono fatto così.
Una scelta che prima di essere una condanna è la mia salvezza». L’uomo con il cappello posò la matita e stette immobile a contemplare l’orizzonte increspato. Lei se n’era andata da due ore, sul mare e nel cuore, sono una distanza enorme. Il traghetto si era portato via l’unica donna che avesse mai... Sorrise. Perché non riusciva persino nei pensieri a pronunciare la parola «amato»? Ammettere il proprio sentire non era da lui. Osservava il mirto selvaggio avvinghiato alla ginestra. Il profumo di lei sapeva di pelle salata. Ce l’aveva dentro. Non poteva farci niente.
Il mare schiaffeggiava la costa e ogni botta di risacca spruzzava ricordi e gli rimbombava nel petto. Non arrivava al cuore. I sentimenti erano al sicuro sigillati in una grotta dove i tonfi ondosi echeggiavano lontani. L’uomo con il cappello rosso e un pezzo di carta scritto a matita si alzò. Camminò a piedi scalzi sulla sabbia, lo sguardo verso Pianosa, il telefono stretto in mano. Nessun messaggio. «In fondo – si disse – anche il ricordo di lei, come tutto, sarebbe passato, prima o poi». L’uomo con il cappello rosso, un pezzo di carta e il cuore imbalsamato afferrò il cellulare e digitò sullo schermo quelle due parole composte da cinque maledette lettere che mai si era concesso di pronunciare. Bastava premere «invio» per immaginarle veleggiare verso il porto, cingere il sorriso di lei e riportargliela indietro.
L’uomo triste con il cappello rosso si rannicchiò accolto dalla rena umida. Il vento urlava furioso sulle parole incapaci di librare. I gabbiani sghignazzavano il loro esistere al di sopra delle umane bufere. Il rombo del frangente esplodeva sulla roccia. Qualcuno si avvinghiò alle spalle dell’uomo e lo strinse. Il respiro di lei lo travolse in una burrasca di emozioni e subito le mai pronunciate parole si issarono oltre il pennone della paura per allentare le cime e farsi voce. «Ti amo» disse l’uomo. E il cappello rosso volò via.
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