Il punto di vista è la vista di un punto

Nel cielo si sollevano nubi, emozioni tumultuose. Il vento si annuncia con un sibilo crescente di paure frustanti. Le onde si fanno urla di mare impazzito: quel che da sempre temevamo si sta avvicinando. L’aria tutt’intorno si carica di una forza invisibile, pronta a scatenarsi. La nostra vita sta per essere travolta da un vortice di potenza ancestrale che, come un soffio divino che scuote le fondamenta del mondo, ci danza attorno con furia portando con sé il caos e la rinascita. E mentre siamo lì, paralizzati innanzi a ciò che si consuma davanti ai nostri occhi, c’è un istante eterno, un vuoto sospeso nel nulla nel quale, mentre le nubi si avvinghiano in un abbraccio furioso torcendo e straziando il cielo, sperimentiamo l’occhio del ciclone dove tutto tace. Se potessimo fermarci in quel centro come nelle profondità del nostro cuore, la nostra sofferenza troverebbe pace.
Immaginiamoci al centro di un tornado avvolti da un silenzio assordante mentre tutto attorno si agita e si spezza. Nonostante le raffiche flagellanti e le nuvole nere che si addensano, noi restiamo immobili. La nostra mente, in quell’istante, si distacca dal caos esterno e sa, profondamente sa, che lì, proprio nel fulcro della tempesta, nessun danno potrà scalfirla. È una metafora, quella dell’occhio del ciclone, che ci racconta di quando viviamo situazioni dolorose che sembrano insormontabili e di come, se in quel momento ci sintonizziamo sul cuore e ci fermiamo ad ascoltarne i battiti, possiamo trovare un equilibrio interiore in grado di attraversare le sciagure dell’esistenza senza esserne spazzati via.
Il centro del ciclone, infatti, rappresenta uno spazio di pace profonda che permette di ascoltarci, di comprendere, di sapere come agire. Non è un’illusione di invulnerabilità, bensì la consapevolezza profonda di essere abitati, anche nel mezzo del caos, da una tranquilla stabilità in grado di mostrarci come i venti non siano un male, ma una forza che sostiene la vita, un’opportunità che ci permette di cambiare il nostro punto di vista affinché diventi la vista di un punto.
La vera sfida quotidiana sta nell’imparare a trovare quel punto possibilmente prima che tutto crolli; è una ricerca di equilibrio costante, la nostra, tra il desiderio di controllo e la capacità di lasciar andare, tra il ribellarci e l’accettare che alcune burrasche sono inevitabili e che il modo in cui le viviamo fa la differenza. Se potessimo stare nel centro di quello che c’è senza paura, senza rabbia, senza disperazione, se potessimo contattare il nostro Sé, scopriremmo che la forza di continuare a rinascere in ogni situazione è lì perché, dice il Pioppo Pio (vecchio albero-biblioteca sulla spiaggia di Manerba), «anche se le sferzate della vita possono ferire la nostra corteccia, strapparci le foglie, gelarci la linfa nelle vene e spezzare i nostri rami, finché esisterà un tronco, sarà sempre possibile rinascere».
Quel tronco, per Jung «luogo della trasformazione e della stabilità, simbolo della totalità del Sé che collega il mondo sotterraneo a quello spirituale», siamo noi ogni volta che ci mettiamo la mano sul cuore e, ascoltandone i tocchi e rintocchi, diventiamo la musica che siamo chiamati a danzare.
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