In poche parole

Una crisi permanente limita l’attivismo

Vent’anni fa era di moda parlare di globalizzazione. E ora che la globalizzazione è arrivata non se ne parla più
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

Un corteo di protesta di militanti ecologisti a Seattle nel 1999
Un corteo di protesta di militanti ecologisti a Seattle nel 1999

Vent’anni fa era di moda parlare di globalizzazione. E ora che la globalizzazione è arrivata non se ne parla più. Persino le crisi sono ormai globali e strutturali: sanitaria, economica, geopolitica, energetica, ambientale, ancora economica. Tutto in pochi anni. Fuori dai confini al punto che vivere in crisi è diventata condizione ordinaria prima e quotidianità poi. C’è un’intera generazione nata e cresciuta in crisi. Nata in ginocchio. Eppure tutto scorre, ci si indigna il tempo di un caffè, tutt’al più se ne parla al bar. Non è una buona notizia, non è la resilienza di un popolo. È la rassegnazione, la stanchezza cognitiva, la parcellizzazione del disagio.

Perché senza un’identità collettiva il peso delle difficoltà o del fallimento viene interiorizzato dal singolo e quando la sopravvivenza quotidiana assorbe ogni risorsa mentale lo spazio per l’attivismo politico si azzera. E con esso anche quella sana rabbia sociale che a volte la Storia è riuscita a cambiata, anche in questo Paese.

Forse neppure nel Novecento – guerre mondiali a parte – l’emergenza si era mai fatta normalità. Un tunnel senza luce in fondo. Invece è quello che provano in tanti in questi strani anni. Forse è per questo che nessuno più protesta davvero.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Commenti

News in 5 minuti

Cosa è successo oggi? A metà pomeriggio facciamo il punto, tra cronaca e novità del giorno.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...