«Come, non dobbiamo sorridere?». «No, l’editore non vuole». «Avete capito ragazzi, non vogliono che sorridiamo». Risata generale. «E noi sorridiamo ugualmente». Click. Poi l’intervista. A una donna che ha perso molto, ma non la forza di sorridere e di far sorridere.
Lei è Eunice Paiva e la vicenda raccontata in quell’intervista riguarda la scomparsa del marito Rubens, sequestrato nel 1970 e mai tornato a casa nel corso della sanguinaria dittatura in Brasile (1964-1985), meno nota, ma altrettanto odiosa e addirittura precorritrice nei tempi rispetto a quelle cilena e argentina.
La storia è narrata nel libro «Io sono ancora qui» scritto dal figlio della coppia, Marcelo, e soprattutto nella pellicola omonima, Oscar 2025 quale miglior film internazionale (ora su Raiplay). Di questa donna colpisce, anzi, scuote, la forza di volontà nel crescere 5 figli, nel cercare la verità, nel lottare per i diritti. Ma soprattutto scuote la pacatezza nell’affrontare il dramma, scuote il sorriso sempre sfoderato, a irridere il buio personale e familiare, a dare una risposta distonica alla sorte e al pensiero comune, a chi decide quando e come ci si deve comportare.
Il primo venerdì di ottobre, quest’anno il giorno 2, ricorre la Giornata mondiale del sorriso. Può essere l’occasione per mettere in pratica la lezione di Eunice. Lasciare nel cassetto i musi lunghi e apporre uno «smile» sul post della vita. Se l’ha fatto lei, con quel che ha passato, possiamo farlo tutti.




