In poche parole

Se ad essere giudicati sono i magistrati

I casi di Mario Venditti e Sergio Spadaro mettono in luce come a volte sia necessario vivere sulla propria pelle il giudizio, per capire cosa significhi davvero
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

Venditti e Spadaro
Venditti e Spadaro

Le abbiamo lette e sentite tutti. «È un processo profondamente ingiusto» e poi «mi hanno rovinato la vita». Frasi rimbalzate da un Tg nazionale all’altro e uscite dalla bocca di imputati condannati e indagati.

Nulla di nuovo se non fosse che a pronunciarle sono stati due magistrati passati dall’altra parte della barricata: Sergio Spadaro (in coppia con il collega Fabio De Pasquale puniti anche in appello per il caso Eni Nigeria) e Mario Venditti, accusato di corruzione per Garlasco. Succede quando il cane che non morde il cane inverte la tendenza. E il magistrato si trova nella stessa posizione del singolo cittadino. Spesso smarrito quando finisce invischiato in casi di cronaca giudiziaria nei quali di solito detta tempi e modi.

E invece quando il mondo si ribalta, il magistrato scopre che i cellulari vengono sequestrati senza un obiettivo ben preciso, ma alla ricerca generica di prove oppure si accorge per dirla alla Spadaro «che un’indagine viene svolta in violazione delle garanzie fondamentali della pubblica accusa» tanto da arrivare a commentare: «Ci vuole senso di responsabilità prima di rovinare la vita delle persone». Viene da dire, benvenuti a bordo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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