La prima serata tv ha ora tempi solo per chi non la guarda

Una volta si diceva «a letto dopo Carosello». Ovvero le ore 21, la linea di demarcazione tra i bambini che andavano a nanna e gli adulti che guardavano i programmi tv della serata. Il problema è che il «prime time» televisivo ha dilatato talmente i tempi che una domanda sorge spontanea: chi mai riesce a vedere un programma - oppure un film o una fiction - che inizia tra le 21.40 e le 22 e finisce non prima di mezzanotte?
Non gli anziani per ragioni anagrafiche. Non i bimbi che devono andare a scuola. Nemmeno i genitori sfiniti dai bambini stessi. Resterebbero i giovani, che però alla tv classica preferiscono oramai le piattaforme streaming on demand.
Quindi perché tutto ciò? La risposta è che i broadcaster hanno preferito allargare la finestra dell’«access prime time», destinato a programmi d’intrattenimento o approfondimento che fanno uno share maggiore, ergo garantiscono superiori introiti pubblicitari.
Rare eccezioni per la prima serata sono rappresentate dal Festival di Sanremo o dagli eventi sportivi, che peraltro sono già slittati dalle canoniche 20.30-45 alle 21. Eppure anche in Lega Serie A si era parlato di anticipare i posticipi serali alle 20. Per i fruitori all’estero, eh. Non certo per recuperare la larga fetta di popolazione «esclusa» dal prime time.
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