Il Paese dell’amichettismo. Il Paese dei sussidi, dei superbonus, dei condoni. Il Paese del «tengo famiglia». Il Paese in cui 11,3 milioni non pagano l’Irpef che per il 65% è affare di dipendenti e pensionati.
Il Paese in cui chi si distingue per operazioni finanziarie spericolate e illegali viene simpaticamente definito «furbetto del quartierino». Eppure, il Paese che mai s’indigna.
D’altronde come cantava Raffaella Carrá nel 1978 «se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po’ più in là»: fare spallucce e passare oltre, l’importante è che a bruciare non sia il proprio orticello. Ecco, nel Paese in cui tutto questo non solo accade, ma è sistema, solo una cosa non sarebbe stata tollerata: il ripescaggio dell’Italia ai Mondiali.
Fior di ministri, super dirigenti sportivi, opinionisti serissimi: tutti in corsa per arrivare primi al campionato Nazionale del dichiararsi offesi e mortificati di fronte alla sola idea che la Nazionale del Paese potesse accedere alla rassegna iridata (dove, sia chiaro: è giusto vada l’Iran) a tavolino. Cioè: nel Paese del vale tutto tranne il merito ci si è messi a sbandierare il merito come valore. Così, cellule dormienti di indignati si sono ridestate di fronte a una eventualità che sarebbe stata possibile a termini di regolamento. A pensarci: che sia stato proprio l’immaginarsi perfettamente a norma a mandare tutti in tilt? In effetti capita di avere timore di ciò a cui non si è abituati.




