Tra le note dell’Iphone ho un elenco intitolato «No»: è una lista di parole o costrutti da evitare quando scrivo. Non perché non mi piacciano o perché siano sbagliati. Li ho raccolti negli ultimi due o tre anni, perché ormai gli articoli e i testi scritti con ChatGpt (e simili) li si riconosce subito. «Capace di». «Ben preciso». «Collettivo» e «condiviso». La costruzione «Non... Ma...». «In questo contesto». «In questo scenario». «In un mondo che». I gerundi. E così via, fino alla morale filosofica o leziosa sul finale.
Sia chiaro: anche noi giornalisti utilizziamo l’AI, per esempio per sistemare gli appunti presi al volo, per semplificare il lavoro della cucina redazionale o per analizzare dati. Ma non vogliamo rischiare che gli articoli – su cui ci si documenta, per i quali si intervistano persone o su cui si lavora per giorni o settimane, trovando e poi raccontando la storia – vengano scambiati per testi scritti da chatbot.
La mia lista serve a questo: voglio che chi legge provi ancora piacere, come io provo piacere quando leggo pezzi ben scritti, originali, diversi. Anche se c’è qualche errore. Ormai è bello trovare refusi. Significa che alla tastiera c’era un essere umano. Un giornalista che ancora sa – e ha voglia di – scrivere.



