A scuola il cellulare non entra. O meglio, ci entra, ma va tenuto spento e, magari, anche nello zaino o consegnato ai professori. Mi viene da immaginare: «E se il divieto venisse esteso anche a casa?» Dalle 18 alle 22 niente telefono. Un’astensione per tutti, non solo per chi va a scuola. Niente chat, niente scroll, niente «dammi un momento che rispondo alla mail», niente vocali a chi non è in cucina. Come sarebbe?
Potrebbe apparire all’improvviso quel lusso raro: la presenza. Mio figlio che alza il collo dallo schermo e mi racconta la giornata, io che lo guardo finamai negli occhi e lo ascolto senza interferenze. La pasta che arriva direttamente in tavola, senza passare dal set fotografico. Potrebbe essere che affiorino persino dettagli che altrimenti scivolano via, slavati dagli ultimi meme di giornata. Quelle piccole cose che appartengono al «mondo al di qua» dello schermo. Togliere il telefono non aggiunge per forza magia, ma restituisce uno spazio.
Spegnere il telefono non sarebbe qualcosa che sa di punizione, ma quasi un privilegio: un reset che libera tempo, occhi e testa per ciò che vive davanti a noi. In fondo, il divieto non serve a spegnere i telefoni, ma ad accendere la consapevolezza.




