In poche parole

Dal «cioè» di Goldoni all’attuale «blablabla»

L’espressione coincide con la volontà di farla sempre più spiccia. Tutto è già stato detto, tutto già si sa
Lettere dell'alfabeto - © www.giornaledibrescia.it
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In principio era il «cioè» e Luca Goldoni ci scrisse pure un libro. «Cioè» come intercalare, uso smodato di una parola da infilare in ogni discorso. Di parole manifesto così, ogni stagione ne ha una.

Prima del «cioè» fu il tempo del «appunto», seguito poi dai vari «praticamente», «assolutamente», «tipo», «un attimino»...

Ed oggi? Oggi si candida a farcire le nostre farsi l’espressione «blablabla», utilizzata per condensare in un’onomatopea tutto il senso di ciò che a dirsi sarebbe ridondante, futile, noioso.

Il sospetto che sia diventata tendenza l’abbiamo avuta in redazione, sentendola sovente ripetere dai colleghi. La conferma invece c’è stata sentendola fuori dal solito circolino, mentre ci trovavamo in un bar caruccio di Rovato, il Caffè Franciacorta, notandone più volte l’utilizzo che ne facevano i simpatici avventori.

E se il «cioè» per Goldoni descriveva il passaggio dal diritto al dovere di parola («e chi non ha niente da dire si aiuta coi cioè»), il «blablabla» potremmo farlo coincidere con la volontà di farla sempre più spiccia, come se il ragionare, se l’esporre minuziosamente, nel dettaglio, sia esclusivamente peso, orpello. Tutto è già stato detto, tutto già si sa, dunque avanti tutta, facendola corta. Col «blablabla».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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