«Ho visto lei che bacia lui che bacia lei che bacia me» cantavamo con Annalisa nel 2023. Tre anni dopo, quella è roba per dilettanti. Qui, siamo passati al «Ho visto un presidente che adesso è auto commissario di se stesso che indirà elezioni per la corsa alla presidenza per la quale lui è il candidato unico».
Nemmeno sventolando i cavalli di battaglia pizza-pasta-mandolino tutti insieme, si potrebbe richiamare l’italianità meglio che riassumendo l’inarrivabile (per imbarazzo) cavalcata del...cavillo (un mancato tesseramento) di battaglia che è stata l’affaire FIGC che ha portato l’ex (ma anche prossimo) capo del calcio nostrano Giovanni Malagò a diventare il commissario di se stesso. Una straordinaria lectio magistralis sull’arte – tutta nostra – del compromesso dalla quale nella storia hanno preso vita tanti governi balneari o tecnici.
Quella a Malagò è stata una guerra condotta per conto terzi (il ministro dello sport Abodi) da parte del numero uno Coni Luciano Buonfiglio il quale ha battuto in ritirata una volta capito che in campo fiorettisti non ce n’erano e che gli «opponenti» erano pronti ad alzare il tiro coinvolgendo nella lotta anche i familiari e mettendo sotto la lente i loro incarichi. E la famiglia (poteva mancare?) non si tocca. Chi ha vinto? L’italianità che non ci piace, ma che accettiamo come ingiocabile. Quindi ineluttabile.




